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Destruction Unit

Negative Feedback Resistor

Sacred Bones/Goodfellas
7.5

I Destruction Unit appartengono a quel circolo virtuoso di gruppi che vanno visti dal vivo per capirne fino in fondo l’essenza. Nel loro passaggio in Italia di due anni fa, a seguito dell’esordio su Sacred Bones Deep Trip, il quintetto dell’Arizona colpì profondamente chiunque avesse avuto l’occasione di prestare il proprio apparato uditivo alla loro terapia d’urto: sezione ritmica sparata alla velocità della luce, volumi capaci di provare fisicamente anche il resto del corpo, un magma allucinogeno tipico dell’esperienza psichedelica. Non fosse stato uno dei migliori live visti nel 2013, avrei pensato di mettergli in conto la visita dall’otorino per il mio primo acufene. Guidati dall’ex Reatards Ryan Rousseau, da circa un decennio e sette dischi (i primi due con Jay Reatard in formazione, con esiti vicini a ciò che allora fu chiamato shitgaze) i Destruction Unit sono una scheggia impazzita dell’underground americano, un misto di attitudine punk/anarcoide con un serissimo culto delle droghe. Nulla di tutto ciò per mera questione estetica: uno stile di vita, piuttosto, fatto di collaborazione con le altre band del circuito, dello stare costantemente in tour e suonare in ogni locale che gli permetta di usare i propri volumi – una fama che li precede, l’unica richiesta sulla quale non transigono.

Negative Feedback Resistor è un album nato dopo due anni di live e la sensazione è che questo tempo i Destruction Unit l’abbiano passato in un girone infernale di suoni assordanti e creature mostruose, dove le anime peccatrici sono condannate ad ascoltare Motörhead, Discharge, Stooges e Hawkwind all’unisono, mentre la carne sanguina e si dimena tra sofferenza e godimento. Il riff di Salvation che scaraventa fra le mura libidinose di Fun House, l’attacco apocalittico di Judgement Day e la furia hardcore potente come un’anfetamina di The Upper Hand allontanano violentemente dal desiderio di assoluzione nel giorno della resa dei conti. E avvicinano a quello di un’immersione sempre più a fondo negli abissi di un imperituro Ade proto-punk.

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