BKO
Glitterhouse/Venus

Prima ancora che prendessero forma i Dirtmusic, progetto con cui Chris Eckman chiamava a raccolta Chris Brockaw e Hugo Race nel suo studio casalingo di Lubiana in risposta a una comune necessità di suonare liberi, semplici ed essenziali, affrontando “qualsiasi cosa si possa suonare sulla veranda, senza elettricità”, questo disco era già nell’aria. Il leader dei Walkabouts, da tempo appassionato di musica africana (interesse rinvigorito dal recente ascolto di cassette tuareg), si recava infatti nel gennaio 2006 al celeberrimo “Festival au Desert”, nel Sahara maliano. Lì rimaneva a tal punto conquistato dal luogo, dall’atmosfera e dalle sonorità che, una volta confezionato l’omonimo debutto della nuova ragione sociale, due anni dopo riusciva a portare i Dirtmusic proprio su quel palco. Durante la tre giorni del festival il trio faceva conoscenza con i vicini di tenda, un giovane gruppo di tuareg armato di chitarre elettriche, basso e calabash, presto raggiunti da altri musicisti di passaggio più o meno improvvisati. Con i Tamikrest, questo il loro nome, nasceva subito una notevole intesa, sfociata in una quasi ininterrotta serie di jam. Il primo frutto di quelle prove nel deserto – dove una “All Tomorrow Parties” creava terreno comune favorendo un dialogo altrimenti limitato dai problemi di lingua – è stato l’album di debutto del gruppo maliano, “Adagh”, prodotto da Eckman e registrato negli studi Bogolan di Bamako fondati da Ali Farka Touré. Il secondo e ancora più interessante frutto, a livello di intenzione, è questo “BKO”, titolo che fa riferimento alla sigla identificativa internazionale dell’aeroporto di Bamako, ancora una volta luogo delle incisioni. I tre veterani lo raccontano come un’ulteriore spinta a fare un passo indietro, eliminando quel poco che di superfluo era rimasto nell’assetto musicale dei Dirtmusic dopo la stesura del primo lavoro e il consolidarsi delle dinamiche del trio; un passo indietro cui corrisponde il farsi avanti dell’attitudine ritmica e ipnotica dei Tamikrest al blues, quel groove subsahariano che fortifica le fondamenta dei brani, incollandoli al terreno e consentendo loro di aprirsi e respirare.
“Black Gravity” ci viene subito incontro spiegandoci senza incertezze di che cosa stiamo parlando: le percussioni doppiate dalla lenta e implacabile batteria di Brokaw e i musicisti di casa che, in circolo, alimentano il fuoco di un cupo blues privo di fronzoli, inserendo con grande naturalezza strofe in lingua tamashek e arabeschi di chitarra, il basso di Pino Ibrahim Ag Ahmed a cementare il tutto con la sua straordinaria mobilità. L’approccio del secondo brano, la cover di “All Tomorrow Parties” già sperimentata durante il primo estemporaneo incontro, è differente, ma “gira” altrettanto bene, trovando comunità d’intenti in quell’immortale inno pop alla ripetizione in musica: una versione fedele, eppure perfettamente inserita in un nuovo paesaggio. In seguito emergono più nettamente le radici del trio, la miscela di blues, Americana e inquietudine psichedelica affinata nel corso delle rispettive carriere, e così Race è il protagonista di blues perseguitati da fantasmi (“Desert Wind” e “Smoking Bowl”), Brokaw costruisce dolenti riflessioni sulle note circolari del suo banjo (“Unknowable”), Eckman insiste sulla linea dura di “Black Gravity” con l’elettrica cavalcata di “Lives We Did Not Live”, dove le percussioni e il basso moltiplicano l’impatto delle chitarre. Nessuna marcia indietro, comunque, visto che lo strumentale “Niger Sundown” ribadisce subito dopo la magia del “dove” e del “come”, con componenti della Symmetric Orchestra di Toumani Diabate che arrivano a dar manforte con balafon e ngoni. Il sipario cala su di una “Bring It Home” che fin dal titolo suggerisce un “ritorno a casa” soddisfatto, un brano acustico dove la malinconia dell’addio è controbilanciata dalla consapevolezza di essersi arricchiti. È lì che trovano spazio, con una facilità di cui a questo punto non ci stupiamo più, i fraseggi acustici del chitarrista Lobi Traoré. Nella prima stampa del disco, un dvd raduna qualche immagine africana e aggiunge quattro tracce audio che testimoniano l’avvio della storia: spicca una ruvida e a malapena udibile versione di “The Angel’s Message To Me” del Reverendo Davis, dove già si capisce fino a che punto lo straordinario incontro avrebbe funzionato.

tratto dal Mucchio n°669

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