Superamerican
Brah/Wide

Negli album dei Dirty Faces (“Superamerican”, il terzo della serie, segue l’esordio del 1998, “Covered In Lime”, e “More Lies” di quattro anni dopo) si respirano le culture musicali di tre differenti continenti: c’è il suono ruvido e spumeggiante che ha portato al successo l’Australia degli AC/DC, un riuscito mix di garage e primordiale punk (lo stesso che fece le fortune degli americanissimi Stooges e della loro icona principe, Iggy Pop) e, infine, anche quel suono assolutamente europeo che decretò il successo dell’art rock dei Fall. Il tutto filtrato attraverso una sensibilità smaccatamente indie che, è inevitabile dall’ascolto di “Headlights” ma anche di “Drug Free America” e “New Wicked Stepson”, riporta alla bassa fedeltà dei Pavement e pure al culto di Oneida e Beat Happening. T. Glitter, che dei Dirty Faces è l’ispirato cantante, aggiunge di suo un timbro che sembra costruito ad hoc per scatenare entusiasmi e coinvolgere in furiosi headbanging; l’intreccio di basso/chitarra/batteria, devastante come alle origini della nostra musica, fa il resto, di modo che “Superamerican” – anche tra cento anni – conserverà intatto e purissimo, il suo spirito trasgressivo e quell’aura di scanzonato divertimento che, ogni tanto, è davvero piacevole riscoprire.

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