END TIMES
Vagrant-Coop/Self

Al di là di una cifra compositiva e di una voce immediatamente riconoscibili, la nuova fatica di Mark Oliver “E” Everett si riallaccia in maniera abbastanza evidente a due dischi in particolare tra quelli da lui realizzati con la ragione sociale degli Eels. Anzitutto Hombre Lobo, e non soltanto perché dalla sua uscita sono passati appena sei mesi: se il primo infatti era una sorta di concept sul tema del desiderio, anche nei suoi risvolti più animaleschi e istintivi, il secondo racconta cosa succede quando questo finisce, e nel cuore rimangono solamente un misto di rabbia, paura, dolore e tristezza. Sentimenti che erano stati già cantati una dozzina d’anni fa nell’album in assoluto più cupo della produzione del Nostro, vale a dire Electro-Shock Blues, con però una differenza fondamentale: là l’artista parlava del suicidio della sorella e della malattia della madre, qui della fine di una relazione. Ecco allora che se nell’opera precedente le sonorità erano spesso ispide e sporche, qui a prevalere sono i toni introspettivi, le ballate (sia folkeggianti che pianistiche), e le atmosfere intime. Canta di sé, il Signor E, e come è suo costume non fa davvero niente per nascondere il proprio stato d’animo, in cui rimpianti e ricordi si impastano con la devastante presa di coscienza delle cause della rottura e della difficoltà a ricominciare. Pur non privo di un paio di impennate elettriche (la ruvida Gone Man, Paradise Blues), è la lentezza a prevalere, con l’oscurità del paesaggio illuminata appena da qualche sparuto raggio di sole (Mansions Of Los Feliz), sufficiente per rendere la situazione, se non più facile, per lo meno più accettabile. Non sappiamo se la scrittura e la realizzazione di End Times abbiano avuto un benefico ruolo catartico su di lui; quel che è certo è che affrontando la propria sofferenza Everett ha dato vita ad alcune delle sue canzoni più toccanti. Il che, visto che stiamo parlando di qualcuno che ha fatto dell’intensità uno dei propri marchi di fabbrica, non ci pare cosa da poco.

tratto dal Mucchio n°666

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