OVERLOADED ARK
Drag City/Self

La prima incursione nel folk inteso come linguaggio universale e sincretico, capace di collegare mondi ed epoche molto diversi e apparentemente inconciliabili, è stata per Helena Espvall e Masaki Batoh decisamente fruttuosa: pubblicato lo scorso anno, il debutto dell’inizialmente estemporaneo duo (per i più distratti, ricordiamo la prima, svedese trapiantata negli Stati Uniti, impegnata al violoncello nelle fila degli Espers e non solo, il secondo da più di vent’anni leader dei giapponesi Ghost) metteva insieme tradizioni scandinave, acid folk meditativo e una efficace ricerca di suggestioni ancestrali esposta con competenza e passione, mai esibita né artefatta. Questa volta la posta si alza, i percorsi diventano meno lineari, più azzardati. Il primo termine di paragone che viene in mente ascoltando Overloaded Ark è quello con i Dead Can Dance, e non solo perché le note della introduttiva Little Blue Dragon sono le stesse del Saltarello ripescato da Lisa Gerrard e Brendan Perry nel repertorio rinascimentale italiano. No, pur partendo da punti molto lontani le due realtà si sono impegnate entrambe in una mappatura dell’immaginario, dei punti di intersezione tra le varie ipotesi di musica immaginate a distanza di migliaia di chilometri e di secoli. Chiariamo con un esempio: Sueno con serpientes, che viene vestita della stoffa degli antichi trovatori, è in realtà opera del cantautore cubano Silvio Rodriguez. Ma il bello di queste chimere etnomusicologiche, al di là del maniacale lavoro su suoni ed atmosfere (oltre a Kazuo Ogino e Junzo Tateiwa, compagni di avventura nei Ghost, Batoh ha coinvolto Haruo Kondo, esperto conoscitore di strumenti antichi), che toccano austere partiture per violoncello (Pro Peccatis Suae Gentis / Nun Fa), antiche litanie francesi (Tourdion) e sensibilità ritmica extraeuropea (la title track), è la capacità di far crescere brani densi e suggestivi a partire da pochi, scheletrici elementi. Un’arte davvero antica, qui rappresentata al meglio.

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