Non si parlava tanto diffusamente di un album DFA dal 2011, per l’ultimo The Rapture. Fateci caso. Oggi la label newyorkese vanta nomi validi come The Crystal Ark, aspetta ritorni importanti come Holy Ghost! eppure le attenzioni sono al momento monopolizzate dai Factory Floor, che – a detta del Web – sembrano i più fighi di tutti. Il perché lo capisci appena senti il disco: negli ultimi anni il trio londinese aveva propugnato un suono cupo e metallico, a metà strada tra Cabaret Voltaire e The Cure, ma per questo vero debutto ha voluto agghindarsi con un volto più elettronico ed energico, pensato per compiacere chi della DFA ricorda l’attitudine ballabile mista a quello spirito un po’ punk degli inizi Duemila. Dopo un paio di ascolti, però, i trucchi vengono fuori e la formula si rivela piantata su due soli elementi: sequenze di synth in cerca del giusto groove e ritmo in cassa che dia sostanza. E basta, o quasi. Si arriva a stento a sette tracce effettive, che si somigliano tutte e sconfinano spesso nel banale e ripetitivo. Ascolti Turn It Up, How You Say o Work Out e le senti facili, scarne, senza quegli stimoli un minimo cerebrali che avrebbero dato una parte vocale più sviluppata o una struttura melodica più articolata. E, da testa pensante, riesce difficile farsi trascinare con così poco. Sembrerà cattivo, ma è così.

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