FEAR FUN
Bella Union/Universal

Vi è una profonda crisi artistica e personale alla base di quest’album – il primo a nome Father John Misty – di Josh Tillman, batterista dei Fleet Foxes fino a pochi mesi fa e titolare di un buon gruzzolo di dischi in proprio. Crisi culminata nella scelta di lasciare Seattle e di mettersi in viaggio con il bagagliaio pieno di funghi (immaginiamo non porcini…), senza la fida chitarra acustica e senza una meta precisa. Un periodo on the road conclusosi con l’arrivo al Laurel Canyon, alle porte di Los Angeles, dove Tillman si è stabilito e ha ripreso a scrivere, prima un romanzo (esperienza che ironicamente riecheggia in “I’m Writing A Novel”), poi canzoni vere e proprie.
Sono quelle che si possono sentire in “Fear Fun”, registrate con l’aiuto di un vicino di casa eccellente come Jonathan Wilson e mixate dal veterano Phil Ek, e che forse inevitabilmente risentono dell’atmosfera e della tradizione musicale del suddetto Canyon: sono ballate notturne, di taglio nettamente intimistico, collocabili grosso modo a metà strada tra il country-folk più cosmico e il cantautorato di scuola West Coast, con qualche impennata elettrica (“Hollywood Forever Cemetery Song”, di cui esiste anche un video con protagonista Aubrey Plaza, la April di “Parks And Recreation”) a fare da contraltare a qualche timido ammiccamento da radio FM anni 70 (“Well, You Can Do It Without Me”); senza, quindi andare a creare niente di realmente inedito, ma muovendosi nella classicità con passo sicuro e con un tocco non banale, tanto nella scrittura in sé quanto negli arrangiamenti. Ripartendo da zero, Tillman ha così realizzato uno dei lavori più convincenti e meno facilmente incasellabili della sua carriera, oltre che – paradossalmente, se si pensa che è il primo a non uscire a proprio nome – uno dei più personali e diretti, almeno stando a quanto lui stesso dice. Abbastanza per farci salutare in maniera più che positiva l’inizio di una seconda vita che promette di essere ricca di soddisfazioni, per lui come per noi ascoltatori.

Tratto dal Mucchio n°693

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