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Father John Misty

God’s Favorite Customer

Bella Union
6.5

Con il quarto album a nome Father John Misty torna Josh Tillmann, l’autore di canzoni californiano già batterista dei Fleet Foxes ma anche il personaggio letterario che in quelle canzoni vive grazie alla pena del suo omonimo creatore. Personaggio che avevamo lasciato in un pezzo intitolato The Night Josh Tillman Came To Our Apt., dal secondo lavoro da solista del 2015, I Love You, Honeybear, mentre si lagnava della vanità di una fanciulla dedita a esplorare un cosmo che ruota unicamente intorno a lei; lo reincontriamo ora in Mr Tillman e saremmo tentati di rigirare la stessa critica a lui. Il testo del brano parte da una formale conversazione con il receptionist di un hotel (situazione che il Nostro deve essersi trovato ad affrontare più volte durante i mesi passati in tournée in giro per il mondo), per poi deragliare in una riflessione sull’esistenza da rockstar, solitaria, eccessiva ma anche terribilmente autoriferita.

Ecco, God’s Favorite Costumer funziona un po’ tutto così, come l’opera di un autore e interprete dall’indubbio talento che però ha il vizio di guardarsi un po’ troppo allo specchio. Dieci tracce che rinnovano quella cifra stilistica fatta di spiccato senso della melodia e quell’ironia capace di rendere un brano come Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All un piccolo (ehm…) gioiellino dai retrogusti lennoniani e la languida ballata The Songwriter il pezzo agrodolce perfetto da far scorrere sui titoli di coda di una pellicola. Eppure, per quanto meno politico e più intimo del precedente Pure Comedy del 2017, anche questo disco consta di una serie di monologhi in forma-canzone, proseguendo una svolta “confessionale” che è costata qualche cosa in termini di varietà e di fantasia negli arrangiamenti. Da queste parti Misty non smette mai il completo del cantante di torch songs e lascia che la quasi totalità degli episodi in scaletta si consumi a fuoco lento, di solito tra i tasti di un pianoforte. Tanto per continuare il gioco degli incastri, l’elegiaca We’re Only People (And There Isn’t Much Anyone Can Do About That) riprende più o meno con gli stessi toni quanto già suggerito in Pure Comedy, dove la punch line recitava “I hate to say it / But each other is all we got”.

Il fatto che gli incitamenti a intraprendere, nonostante tutti gli ostacoli, un abbraccio universale vengano da qualcuno che siede praticamente solo sulla ribalta, circondato da un ensemble di orchestrali che lo accompagnano mentre contempla il proprio ombelico, è l’unica ironia non intenzionale di tutta la faccenda. Insomma, laddove uno spirito affine come John Grant ha voluto proseguire per altri lidi, relativizzando almeno in parte il suo talento da balladeer, Tillman sembra invece intenzionato a fare di tutto per ereditare la corona di baronetto di Elton John – il cui trono, dicono, resterà vacante a breve. A questo punto l’augurio migliore (per noi e per lui) è che arrivi a guadagnare il titolo prima che tutta questa palestra di autoriflessioni possa renderlo meno interessante.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio 767

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