E così il percorso d(e)i Father Murphy giunge all’epilogo, sia quello della band guidata da Federico “Freddie” Zanatta e Chiara Lee, apprezzata in maniera unanime soprattutto oltreconfine e pronta a lanciarsi nelle ultime celebrazioni dal vivo, sia quello del personaggio raccontato attraverso i suoi dischi, “da fanatico religioso a prete eretico” per dirla con lo scrittore/musicista Tristan Bath, che firma le note stampa dell’album in questione. Mixato e masterizzato al solito da Greg Saunier dei Deerhoof, che contribuisce in parallelo alla resa finale dei numerosi effetti, l’emblematico Rising. A Requiem For Father Murphy fa seguito alla cosiddetta “Trilogia della Croce” del 2015, che vedeva nell’LP Croce l’articolo più significativo, affresco  di una psichedelia fra cabaret e spettrali scenari industrial. Dopo il misticismo e dopo la spirale discendente in quell’immersione nel dolore dove il fallimento può rivelarsi trionfale, dopo l’atto sacrificale, è l’ora di una vera e propria messa per “il defunto” che ricalca dunque, seppur in chiave personale, le strutture reiterative e gloriosamente ariose degli stessi requiem. Ci si allontana, insomma, dalla forma-canzone, per quanto occulta, ossessiva e cacofonica, che aveva fatto capolino nel precedente full lenght.

I testi in lingua inglese, che siano ripresi o meno dalla tradizione, sono sempre riscritti trasfigurandone l’originale orientamento religioso in qualcosa di altro. In aggiunta a corde, percussioni e organi, ci sono i timpani e gli ottoni propri del format, ma anche immancabili elementi disturba(n)ti, come il field recording di vermi – a cura di Luca Garino, ospite del disco assieme a Maria Mallol Moya (Gianni Giublena Rosacroce, LAME) e al duo newyorkese ARIADNE – che scorre lungo la conclusiva Libera Me, abbandonando la carne strettamente acustica per farsi spirito metasonoro. Le cantilene rituali divengono elegie, illuminando le tenebre di una luce bianca, che acceca il senso di colpa cattolico. È avanguardia che getta un unico filo attorno al collo di Jarboe (con la quale il duo italiano ha collaborato giusto lo scorso anno per un EP), Michael Gira, Jamie Stewart e David Tibet. È qualcosa che nel concept trascende, forse, addirittura l’ascolto: dai battiti in pompa magna di Introit alla minimalista preghiera corale di Kyrie Eleison, dall’emozionante compassione di Gradual all’ottundente elevazione di Tract, dai nove e passa minuti di Sequence ai vocalizzi da angeli universali, da Sigur Rós, di Compassion. Gli episodi interamente strumentali definiscono il setting, con le fiamme che ardono nell’ambient di Offertory, oppure con il cupo free folk di Sanctus. Leggete il resto dei titoli: Agnus Dei (drone in crescendo sino alla breve redenzione), Pie Jesu (inno in via di tremolanti clangori), In Paradisum (interminabile processione verso l’apertura dei cancelli celesti). Stavolta con accentuato afflato ancestrale, si tenta qualcosa di inusitato, un’impresa epica, come da eroico anti-copione. Quando la morte è attestato di un’esistenza grandiosa. Father Murphy è morto, lunga vita ai Father Murphy!

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 765

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