METALS
Polydor/Universal

Tra i miracoli di Steve Jobs, uno minore ma significativo è aver trasformato Feist in stella assoluta: aver scelto 1234, da The Reminder, come colonna sonora per il lancio dell’iPod Nano ha portato la nostra canadese a entrare nel club di quelli che possono vantare vendite a sei zeri. Destino davvero bizzarro pensando a come lei arrivi da una compagnia di simpatici squinternati (Mocky e Chilly Gonzales, gente che meriterebbe il successo ma non lo avrà mai, o Peaches, che il successo l’ha avuto ma non lo ripeterà più) o da ruoli nemmeno troppo decisivi in avventure programmaticamente indie come Broken Social Scene.
Eppure, tra lunghe scomparse ed estemporanee collaborazioni con Beck, Feist pare essersi gestita piuttosto bene il post-successo: Metals è infatti un discomoltomaturo,molto ben pensato, che non comunica nessuna ansia di dimostrare quanto si sia bravi e (soprattutto) quanto si sia commerciali o anti-commerciali. Insomma, qualsiasi prurito o voglia di fare meta-considerazioni sull’artistaindipendente- baciato da-travolgente-successo viene stroncata in partenza, perché parla la qualità delle canzoni, è su di lei che ci si concentra
e non sul chiacchiericcio accessorio e quasi gossiparo.
Arrangiamenti acustici e saporiti, costruzioni intelligenti, soluzioni non scontate, capacità di disegnare melodie e armonie decisamente espressive, la sensazione che ogni singola canzone ti si ritagli perfettamente addosso con incredibile naturalezza. Tutto è architettato in modo magnifico in quest’album che potrebbe sul serio diventare un classico, stavolta anche senza l’aiuto di Steve Jobs.
Molto bene deve aver fatto lo sciacquare i panni in California, nel Big Sur, con l’aiuto di un gran professionista come Valgeir Siggurdsson, già produttore di Björk e Kate Nash; così come scelta saggia è stata quella di appoggiarsi per la prima stesura del materiale ai collaudatissimi soci Mocky e Gonzales.

Tratto dal Mucchio n° 687

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