Film School
Beggars Banquet/Self

Esaurite le celebrazioni che hanno portato tutte – ma proprio tutte – le band che al momento vanno per la maggiore (dai Franz Ferdinand ai Clap Your Hands Say Yeah passando per gli Arcade Fire) a provare a suonare come i Talking Heads, è ora di imitare un’altra delle icone di quei fantastici anni: i Cure, esatto. Il primo tentativo è affidato agli americani Film School che se la cavano con esiti tutto sommato apprezzabili anche se, quasi superfluo sottolinearlo, segnati non proprio dall’originalità. Il loro omonimo album – il secondo di una discografia aperta nel 2001 da “Brilliant Career“ – è un concentrato di chitarre e di ritornelli accattivanti, con qualche velata flessione anche verso territori cari ai Pink Floyd del dopo Barrett (“He’s A Deep Deep Lake” come pure “Garrison” esaltano la vena più sperimentale del quintetto). Ma la particolarità che li avvicina agli autori di “Killing An Arab” è il timbro vocale con cui, indistintamente, sia Krayg Burton sia Nyles Lannon (una vecchia conoscenza del circuito alternativo grazie all’esperienza con l’elettronica dei Technicolor) fanno il verso a Robert Smith: sufficiente sintonizzarsi sulle frequenze di “11:11” e di “On & On” per rendersi conto di come, dopo un quarto di secolo, il rock ritorna sempre al punto di partenza.

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