THERE’S LOVE IN YOU
Domino/Self

Ce l’aveva già anticipato, Kieran Hebden, durante una lunga chiacchierata nel backstage del romano Circolo degli Artisti: “il prossimo disco sarà dance, ho scoperto il mondo della club culture e caspita mi è piaciuto un sacco…” nel dirlo, gli si illuminavano gli occhi. Quando la scopri un po’ in ritardo, la faccenda del vivere la notte e passare le ore a fare il dj, con attorno gente festante e tutto il resto, ti colpisce ancora di più. Poi magari te ne stufi. Ma intanto ne soffri il pericoloso e magnetico fascino, soprattutto se per anni sei stato nella tua cameretta a far cose e, in fondo, non ti interessava più di tanto quello che succedeva là fuori. Di Hebden però non ci interessa fare il profilo psicologico, comportamentale e umorale, bensì capire quanto continua a essere valida la sua musica. Non stiamo dicendo che There’s Love In You è improvvisamente un martello con cassa in quattro e tastieroni alla Bloody Beetroots, oppure stilizzazioni minimal alla Hawtin. Non resterete orfani del suono e del piglio di Four Tet, amici. Succede però che le strutture ritmiche si fanno all’improvviso molto più quadrate e geometriche, l’iteratività diventa il cardine strutturale di tutte le tracce, la complessa e barocca creatività in chiave digi-acustica continua ad esserci ma è tenuta a bada, diventa un elemento dell’insieme, non più la ragion d’essere di ogni brano. Funziona? Sì e no. Hebden resta a metà del guado. Perde in preziosità, ed era inevitabile, ma non guadagna abbastanza in portata ipnotica e intensità emotiva (ovvero la vera forza della musica dance fatta bene), anche perché continua a essere affezionato alla sua metodologia da cameretta, cosa che si sente nella consistenza dei suoni; è che se vuoi andare dritto, devi andarci giù un po’ pesante, perché sennò le miniature da affascinanti si fanno stucchevoli e inutili. Non vogliamo segare questa mini-svolta di Four Tet, potenzialità ce ne sono, ma There’s Love In You deve essere un punto di partenza non uno d’arrivo. Altrimenti ridateci Pause e Rounds.

tratto dal Mucchio n°666

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