PER BREVITA’ CHIAMATO ARTISTA
Caravan/Sony Bmg

A cinquantasette anni, Francesco De Gregori rimane una delle figure più affascinanti ed enigmatiche della nostra musica. Sicuramente cantautore, ma poco entusiasta di far parte del circolo tenchiano (nonostante abbia scritto la canzone più bella su di lui, Festival), innamorato senza mezze misure di Bob Dylan, inarrivabile quando riesce a coniugare simboli, parole e una voce unica, che ha maltratto anche troppo: tanti i momenti importanti, da “Rimmel” (1975) a “Titanic” (1982) a “La donna cannone” (1983) fino alle ultime, per nulla secondarie uscite, messe una di fila all’altra, come i colpi di un tamburo battente.
Per brevità chiamato artista ha un sapore autobiografico e piuttosto rappacificato. A chi scrive, il titolo ha fatto venire in mente Piero Ciampi, anche se poi indica semplicemente la qualifica tecnica che i giovani suonatori si beccavano sui borderò delle discografiche.  Dylaniatissimo in “Finestre rotte”, il gioiello dell’album, il Principe non si risparmia in considerazioni sconsolate e civili, che però divide equamente con la contemplazione de “L’infinito”, nei toni sofficemente folk di “Volavola”, fino a giungere a L’imperfetto, che lo trova nella (criptica) forma dei suoi giorni migliori. Poco rock, parecchia melodia, versi che hanno bisogno del tempo giusto per decantare. Un disco lontano dalla banale prosaicità di questi tempi.

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