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Frank Ocean

Blonde

Autoproduzione
8

È strano. Perché Blonde, uno dei dischi più attesi degli ultimi anni, sfugge a tutte le traiettorie estetiche e diremmo quasi etiche degli album-più-attesi tipici. Prima di tutto va detto chiaramente: non è una delusione. È un signor album. Chi prova a sminuirlo, ne siamo abbastanza sicuri, ha fastidio nei confronti del turbinio hipster-mediatico che ha creato una (effettivamente eccessiva) atmosfera di aspettativa attorno al seguito di Channel Orange; fastidio che capiamo, perché che un certo tipo di critica si getti addosso alle release di grandi personaggi della musica black con un entusiasmo sospetto, che sembra quasi un gesto di appropriazione, è a nostro modo di vedere evidente. Però, oh: se un disco è buono, è buono. Perché davvero: molto più di Endless (che ha il fascino del poter spiare gli appunti di lavoro di un artista circondato da un’attenzione enorme), Blonde (o Blond, fate voi, la differenza di vocale richiama chiaramente il dinamismo sessuale dell’emotività e delle pulsioni di Ocean) è uno di quei dischi che anche ascoltandolo a scatola chiusa, senza sapere chi è Frank Ocean, senza pensare che è tanto elettrizzante che sia gay o bisex in quel contesto di cattivoni omofobi che è la musica urban, senza pensare alla stardom kanyewestiana che suo malgrado lo circonda, senza insomma voler partecipare al gioco “Ora dico la mia sul disco più importante dell’anno”, ecco, anche senza tutto questo è un disco che regge eccome. Perché è fatto con vera maestria.

Certo: ha i suoi passaggi non a vuoto ma comunque meno convincenti. Fra questi, scusateci, ma ci mettiamo subito Nikes, il singolo che ha anticipato il tutto e che, insomma, è uno degli episodi più dimenticabili dell’album anche se non lo dice nessuno; altra traccia “mah” è Futura Free, così come Facebook Story (l’intro parlata del francese SebastiAn non si può sentire, eddai) e Close To You. In generale, andrebbe prescritto il carcere per chi permette a Ocean di avvicinarsi all’autotune: un po’ perché l’autotune è la moda più perniciosa degli ultimi millenni, un po’ perché la voce di Ocean è talmente espressiva – e intensa nell’accompagnare i testi, tanto da perdonare il fatto che i testi stessi a volte siano un po’ sconnessi – che non ascoltarla nella sua purezza è imperdonabile. Per fortuna succede di rado. Giusto nei casi sopra descritti. Per il resto si può godere della voce del cantante e producer americano, ma anche e soprattutto della classe enorme dell’aspetto sonoro: qualcosa di molto essenziale, mai sovraccarico di elementi, attento alle spaziature, con una cura maniacale della registrazione (anche le parti lo-fi sono in realtà sofisticatissime, come pasta sonora e collocazione nel mixaggio), spesso con inserti per voce e chitarra ma ancora più spesso con crescendo dinamici e strutturali splendidi, da manuale. A coronare il tutto, una scrittura mai banale, mai scontata, con un sacco di cambi armonici interessanti e ganci melodici coinvolgenti ma mai paraculi. Come il Kanye West di The Life Of Pablo ma molto meglio di quel Kanye, Ocean è riuscito a fare un disco scosso e complesso da un lato, sonicamente scarno dall’altro. È che Frank ci ha messo il doppio del gusto, il doppio del talento. Gli va riconosciuto. E va profondamente ringraziato. Se poi attorno a lui c’è un eccesso di feticismo, beh, al momento non è colpa sua.

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