MONSTER HEAD ROOM
Souterrain/Goodfellas

Nel momento in cui piazzo nel lettore il cd dei Ganglians mai avrei immaginato di trovarmi di fronte a una sessione di registrazioni che, con tanta immediatezza, mi avrebbe catapultato in un mondo la cui ideale colonna sonora è costituita da Grizzly Bear e Fleet Foxes (ma pure Beach Boys e Mamas And Papas). Conviene non girarci troppo attorno: la musica contenuta in Monster Head Room – disponibile a furor di popolo con una distribuzione finalmente degna di tale nome e con l’aggiunta di due brani, Blood On The Sand e Make It Up, che da soli sarebbero sufficienti a consigliare l’investimento – è, semplicemente, il miglior esempio di pop d’autore in cui mi sia imbattuto dalla pubblicazione dell’omonimo debutto della band di Robin Pecknold. È una di quelle opere, Monster Head Room, che meriterebbe capillare diffusione, che dovrebbe essere trasmessa sulle radio commerciali di tutto il mondo per consentire di comprendere in che modo, con un album d’esordio e con tanta immaginazione, si possa contribuire a riscrivere anche solo un trafiletto sul grande libro del pop americano. A conferma delle influenze che Brian Wilson ha esercitato sul trio originario della California, ecco in sequenza Lost Word e Candy Girl, brani che, senza enfasi, davvero non avrebbero sfigurato tra le outtake di Smile e Pet Sounds: ovunque c’è armonia, gli arrangiamenti sono sinuosi, avvolgenti e una piacevolissima sensazione di torpore si impossessa di chi ambirebbe a restare lucido di fronte a tanta poesia. Un paio di episodi acustici (To June e Cryin’ Smoke) ed ecco un velo di malinconia esaltato da suadenti controcanti per l’incipit di Valient Brave; che non solo del lotto è la composizione più lunga (quasi sette minuti), ma sta a testimoniare come psichedelia, bassa fedeltà e venature folk – le stesse che sono riprese, al pari con maestria, su Modern African Queen – siano generi tutt’altro che passati di moda. Cinquanta minuti che si fatica a considerare reali; se davvero i Ganglians hanno la consapevolezza dell’eccellenza della loro musica, non siamo distanti dal purissimo genio.

tratto dal Mucchio n°670

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