St. Elsewhere
Warner

Qualcosa non torna. Anzi: molte cose non tornano. Ottimo. Finalmente. Un progetto inclassificabile che sforna un disco inclassificabile, il quale a sua volta ottiene un successo imprevedibile (“Crazy” l’avrà sentita e canticchiata anche il vostro gatto, ormai). Roba da gettare nella disperazione tutti quelli che pianificano le strategie a tavolino. Eppure un primo riferimento è abbastanza immediato: gli Outkast, i più citati da chiunque voglia far bella figura indicando tra le proprio passioni un gruppo che sia mainstream e che al tempo stesso faccia musica interessante, la quadratura del cerchio, olé. “St. Elsewhere” è però più sfuggente e più leggero dei lavori del duo outkastiano; leggerezza, però, da intendere nel senso positivo del termine, ovvero come scelta di campo e non come incapacità di raggiungere gli obiettivi sonori prefissati. C’è un solo episodio davvero trascurabile in questo lp, ed è quello che comunque è da segnalare per la bizzarria della scelta: una cover dei Violent Femmes, “Gone Daddy Gone”. Il resto ha una sua grazia ambigua, sospesa tra allegria e malinconia se non addirittura sottile paranoia (anche grazie ai testi, bravi a disegnare colorazioni di questi tipo). Danger Mouse trova la dimensione giusta per sé, dopo che – e il tempo ha confermato questa nostra impressione registrata all’uscita del disco – la sua sortita all’interno del progetto Gorillaz non era stata particolarmente efficace. Lui ha bisogno di giocare senza responsabilità, così come di mettersi al servizio di fantasisti in grado di coprire gli spazi in maniera scoppiettante. Cee-Lo insomma, non Damon Albarn. L’ex Goodie Mob a sua volta si trova perfettamente a suo agio in un eclettismo sonoro che è sempre al suo servizio, lo accompagna ma non lo sovrasta. Ché lui, di suo, è proprio bravo. In “St. Elsewhere” troverete quattordici affreschi (quasi tutti sotto i tre minuti!) molto postmoderni, difficili cioè da definire se rétro o modernisti, se pop o sperimentali, se seri o gaglioffi. Comunque, validi. Non sconvolgenti, non indimenticabili, non intensissimi; ma validi, molto.

Recensione tratta dal Mucchio 624/625 (luglio/agosto 2006)

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