god
God Is An Astronaut

Origins

Rocket Girl
6

Testa in su, scena epica, il cielo è scarlatto dietro al gomitolo di nuvole fucsia. Dio sa fare cose straordinarie quando vuole e i God Is An Astronaut sanno come valorizzarle, ogni volta che posano per una fotografia. Il nuovo arrivato di casa Kinsella, Origins, è un perfetto dettato post-rock, di quelli fatti per sbattere contro scenari naturali di una certa portata. Il fatto è che più passano gli anni, più è difficile mettere in fila due righe sensate sul post-rock. Si è detto di tutto. Si è parlato del rischio di autocitazionismo. Del canovaccio musicale irrimediabilmente legato a continui saliscendi di ritmo. E di una dimensione che (salvo rari casi) scalfisce solo superficialmente la corteccia della storia del rock. I dischi di questo genere-non-genere sono degli instant-album: raccontano un momento e solo per un momento. E anche Origins lo è. Mettetelo su: viaggerete con le meteoropatie di Calistoga, vi si strizzerà lo stomaco per il pianoforte dolcissimo di Revers World (molti punti in meno per l’uso del vocoder), vi muoverete di gusto con certa elettronica scrosciante (Signal Rays, Spiral Code) e magari userete proprio Autumn Song per le vostre malinconie, appunto, autunnali. Ma solo per poco meno di un’ora, solo per la sua durata inscatolata su compact disc. Come un temporale di cui, di lì a poco, nessuno ricorderà più nulla.

 

 

 

 

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