Love Travels At Illegal Speeds
Parlophone/Emi

Se la prima traccia di un disco ha sempre un valore particolare, “Love Travels At Illegal Speeds” si apre col botto: a prescindere da quale sia il suo vero argomento, infatti, con il titolo che si ritrova “Standing On My Own Again” pare destinata a riaccendere la polemica fra Graham Coxon e i suoi vecchi compagni nei Blur. Già, perché per il chitarrista la ferita sembra essere ancora aperta, vista la veemenza con cui, anche di recente, ha negato la possibilità di un suo rientro nella band; veemenza che, nel brano in questione come in buona parte degli altri titoli in scaletta, trova un degno corrispettivo musicale in una frenesia urticante e spigolosa che molto deve alla lezione della frangia più melodica del punk settantasettino, Buzzcocks in testa. Ed è qui che la faccenda si fa paradossale, perché forse mai come questa volta – la sesta di Graham da solista – molte delle parti cantate sembrano rimandare direttamente ai vari “Modern Life Is Rubbish”, “Parklife” o “The Great Escape” (tutti prodotti da Stephen Street, all’opera anche qui); e, se nei momenti maggiormente rabbiosi la spinta delle chitarre fa passare la cosa in secondo piano, quando i decibel diminuiscono la sensazione diviene incredibilmente palpabile. Nelle ballate semiacustiche, anzitutto (“Just A State Of Mind”, “Don’t Believe Anything I Say”, “See A Better Day”) ma anche nel frizzante pop’n’roll di “You & I” e nell’apparentemente spensierata “What’s He Got?”, che è gioco fin troppo facile immaginare cantate da Damon Albarn. Il che, pur non costituendo assolutamente una critica – d’altronde, certe sonorità e certe soluzioni appartengono in tutto e per tutto anche Coxon – mette comunque in luce come la distanza tra i cammini intrapresi dai due (compresa l’esperienza di Albarn nei Gorillaz) non sia poi così grande come l’apparenza sonora potrebbe far pensare. Stando così le cose, l’eventuale confronto si gioca tutto sul piano dell’ispirazione: in questo caso un po’ altalenante, anche se non mancano gli spunti degni di nota, a partire – guarda caso – dai titoli poc’anzi citati.

Recensione tratta dal Mucchio 620 (marzo 2006)

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