Just Like The Fambly Cat
V2/Edel

C’è sempre stata una patina di dolce amarezza nella musica dei Grandaddy, o almeno nelle loro opere maggiori, a cominciare da quell’inarrivabile capolavoro che è “Sophtware Slump”, capace di mettere assieme Syd Barrett con un romanticismo fuori dal tempo usando tecnologia vintage ad alto tasso poetico senza (quasi) mostrare mai la corda e incorniciando più di una canzone indimenticabile. Un’amarezza che ritorna in maniera più concreta in “Just Like The Fambly Cat”, arrivato dopo un ep pregevole come “Excerpts From The Diary Of Todd Zilla” e qualche altro disco non proprio ben focalizzato. Qui invece i brani mostrano un taglio lirico surreale e un incrocio fra elettrico, acustico e vintage azzeccato: dalla classica “Summer Its Gone” alla psichedelica “Rear View Mirror”, per passare attraverso specchi multicolori (“Skateboarding Saves Me Twice”), sogni ad occhi aperti (“Guide Down Denied”) e ironia cosmica (“Elevate Myself”). Verrebbe da scrivere che la band di Modesto (California) è davvero in ottima forma e ha trovato un nuovo equilibrio, che fa a meno di qualche barocchismo di troppo e punta all’essenziale, senza perdere una sostanza originale e trasognata.
Il quinto album – ecco l’amarezza – è però anche quello conclusivo per Jason Lytle e soci, consumati un po’ dall’interno e dalla mancanza di un riconoscimento commerciale davvero importante. Così finisce che le note in minore di “Campershell Dreams” e quelle spumeggianti di “Disconnecty” hanno, inevitabilmente, il sapore dell’ultima volta. Trovano, in altre parole, un valore aggiunto allo struggimento che già di per se stesse evocano. Non vorremmo però firmare un necrologio: in realtà il cd possiede una tale carica creativa da entrare, senza fallo, nei nostri ascolti dell’anno, per il momento. I Grandaddy sono (stati) una delle realtà folk-pop-psichedeliche migliori a cavallo fra 90 e nuovo millennio: non hanno perso tempo in omaggi gratuiti al passato, ma hanno saputo costruire un intrico neoacido un po’ stranito, in cui la scrittura di Lyte ha spesso eccelso. Ci mancheranno.

Recensione tratta dal Mucchio 622 (maggio 2006)

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