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Grouper

Ruins

Kranky/Goodfellas
8.5

La prima cosa che hai voglia di fare quando ascolti Ruins è trasferirti in un posto di mare aspro e scosceso, occupare una casa senza mobili e stenderti sul pavimento con le migliori cuffie che hai, aspettando il buio. Sola, com’era sola Liz Harris tre anni fa nella città di Aljezur, nel bel mezzo di una fine sentimentale. Grouper ti ha sempre spinta a stare in posizione fetale, ma non con questa delicatezza, e questa precisione. E il suo lavoro è sempre stato intimo, narcotico e seduttivo, ma non con toni di affermazione: questo perché dopo bellissimi dischi in cui la musicista è stata attenta a non dire, a furia di droni e parole intellegibili, ora racconta, sempre a voce bassa ma finalmente dice, e spiega perché ciò che è stato non può essere disfatto.

Incidere otto tracce e tenerle nascoste per anni significa avere molto rispetto e molto odio per chi le ha ispirate. Chiunque sia questo ectoplasma che si muove nelle stanze fredde e spoglie di Ruins andrebbe ringraziato, perché in un perverso esercizio di maieutica ha costretto Liz Harris a tirare fuori i versi bellissimi di Holding, una departing song che nel suo dolce “I see you sort of fading” racchiude anche il modo in cui ci rapportiamo al mondo al di là della vetrata, fatto di rovine che stanno bene su Tumblr e pornografia della distruzione. Ma sotto i filtri che Grouper questa volta non usa, c’è solo una lievitazione struggente, dove Made Of Air messa in chiusura è come un invito a entrare nel tunnel destinato ai malati terminali, quei cinque minuti di buio e luce fatti di riverberi e istantanee sbiadite in prossimità di una morte che potrai anche vincere, ma che ti lascerà privo di una certa memoria. C’è chi si annoierà a morte ascoltando Ruins. Per altri, sarà solo l’apice di un’artista che ha trasformato la solitudine in una costellazione. Fatta d’aria, fatta di metallo, Grouper se ne va con il suono della pioggia mentre tu, stesa a terra, non sai più se è dentro o fuori questa cosa che sta succedendo.

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