haim
Haim

Days Are Gone

Polydor/Universal
7

Una canzone pop, fosse anche piena di insulina, non ha mai ucciso nessuno. I Fleetwood Mac non hanno mai ucciso nessuno. E no, neanche Whitney Houston ha mai ucciso nessuno. E così si suppone che neanche queste tre sorelle Haim da Los Angeles ammazzeranno qualcuno, con buona pace dei detrattori che vogliono farne seguaci degli Hanson senza apparizione al Festivalbar. Chiamate sul main stage di Glastonbury 2013 da Bobby Gillespie per fare da coriste ai Primal Scream, momento topico che ai presenti ha fatto immaginare di tutto (marchetta per l’etichetta, favori sessuali nel backstage, invasione degli alieni), le tre sorelle si sono difese come potevano, dimostrando di non essere le ultime arrivate. Dopo un anno e mezzo in cui hanno riempito ogni camerino e playlist fichetta possibile, il loro disco di esordio è esattamente quello che ci aspetta: una sfilza di brani radiofonici che condensa l’R&B della prima Whitney Houston e il pop eccentrico di Stevie Nicks, ma anche i teneri sentimenti di Paul Simon. Va dato atto alla band che nella paccottiglia di revival e incroci mutanti partoriti dalle case discografiche, il loro è quantomeno un tentativo “originale”: fino adesso, l’accoppiata country-rock e hip-hop-R’n’B non era proprio gettonatissima. Il rischio di scivolare nell’abisso delle varie Shania Twain va sempre tenuto presente (The Wire per un attimo fa tremare), ma la title track e My Song 5, in cui si sporcano un po’,  fanno capire che le Haim sono più vicine a colleghi capaci come How To Dress Well, quantomeno nelle spirito e nelle intenzioni, rispetto ai sopravvalutatissimi AlunaGeorge. Tutti si dichiarano devoti alle En Vogue, ma le Haim le hanno digerite meglio, e un pezzo come If I Could Change Your Mind non esce a tutti (alcuni diranno per fortuna, ma ci si fa ginnastica che è un piacere). Ci vuole una certa ingenuità per fare un disco come Days Are Gone, e forse è questo a renderlo così innocuo e piacevole. In sintesi: plasticoso e indulgente? Forse. Divertente? Un bel po’. Destinato a diventare il disco preferito di Lena Dunham dopo quello di Taylor Swift? Beh, questa non è neanche una domanda.

 

 

 

 

 

 

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