IN A DARK TONGUE
Neurot/Goodfellas

Non è un mistero che la creatività di Steve Von Till sia seconda soltanto all’austera intensità dei suoi lavori. Non bastassero le produzioni alla guida dei Neurosis e della loro controparte sperimentale Tribes Of Neurot e i dischi da solista, già da qualche anno lo statunitense ha dato vita a una nuova avventura, recante la ragione sociale di Harvestman. Una denominazione che – come già testimoniato da Lashing The Rye (2005) – è sinonimo di un percorso verso il cuore del folk anglosassone e, insieme, di un’esplorazione dei confini del rock più spaziale. In tal senso, In A Dark Tongue è ancor più del predecessore un disco tra cielo e terra, sospeso a metà tra l’uno e l’altra perché attratto con forza uguale e opposta da entrambi; arioso persino nei momenti più claustrofobici (e viceversa), rumoroso e minaccioso e al contempo quieto e pacificato.
Armato di chitarre e tastiere e affiancato da sodali di tutto rispetto quali Al Cisneros (Sleep, Om) e Alex Hall (Grails), Von Till fa scontrare sonorità acustiche e saturazioni quasi parossistiche, crea bordoni e ripete circolarmente i fraseggi fino a raggiungere un effetto ipnotico, aggiunge strati su strati di distorsioni e li sciacqua via con bordate di effetti e sintetizzatori vintage. E, soprattutto, lascia a ogni composizione tutto il tempo necessario perché respiri e si espanda a dovere: anche più di dieci minuti, come in The Hawk Of Achill e By Wind And Sun. Quest’ultima, poi, è l’unica traccia in cui fa capolino la voce; che, rabbiosa e dolorosa nei suoi toni ritualistici, viene prima lentamente scomposta in mille frammenti di rumore sintetico e quindi ricostruita come un puzzle. Bozzetti bucolico-ambientali, pesantezze filo-sabbathiane, corrieri cosmici e melodie ancestrali: ecco i pilastri su cui poggia un album che, sì, parla in una lingua oscura, aliena e primordiale insieme; un antico rito pagano catapultato verso le galassie più remote. Roba da far morire d’invidia l’arcidruido Julian Cope.

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