PIGEONS
Secretly Canadian/Goodfellas

Che, musicalmente parlando, la New York del primo decennio degli anni Zero passerà alla storia per aver dato origine a formazioni che si contraddistinguono per un pop tanto soave quanto ricercato, è circostanza che nessuno può confutare. L’esempio più significativo è, certamente, rappresentato dai Vampire Weekend, che sono riusciti nella tutt’altro che agevole impresa di coniugare al presente l’Africa, i Talking Heads e quel capolavoro di Graceland. Della stessa scuola fanno parte gli Here We Go Magic, quintetto di Brooklyn – come i Grizzly Bear… – che con Pigeons bissa il successo dell’omonimo debutto del 2009. Sono ritmi accattivanti, colorati, di una vivacità contagiosa quelli che ci accolgono su Hibernation, canzone che non fa nulla per nascondere l’infatuazione per la prima new wave anni 80 come pure per i Police, con le chitarre e le percussioni che si inseguono in un crescendo modulato da intermezzi vocali dal fascino antico e al contempo attualissimo. Nulla, se confrontato con l’arcobaleno di Collector, cinque minuti perfetti in cui il quintetto crea un groove semplicemente eccezionale all’interno del quale c’è posto per suoni brasiliani,
atmosfere inglesi, ritmi nordamericani talmente intensi che potrebbero, sin d’ora, farlo diventare uno dei brani del 2010. Di Pigeons, tuttavia, colpiscono anche le composizioni meno immediate (e sono la maggior parte), le cui sfumature si notano solamente all’esito di una serie di ascolti che richiedono concentrazione massima: è il caso di Casual e Bottom Feeder, ballate elettroacustiche in controtempo da far stropicciare gli occhi, della marziale Surprise, tutta giocata sulle percussioni, di Moon, che sporcata di elettronica parte sottovoce per terminare urlando, di F.F.A.P., moviolistico esempio di pop contemporaneo, e di tutti gli altri brani che contribuiscono a rendere sempre meno marcati confini che fino all’altro ieri sembravano invalicabili. Un’opera ai limiti dell’eccellenza.

tratto dal Mucchio n°671

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