How To Destroy cop
How To Destroy Angels

Welcome Oblivion

COLUMBIA/SONY
8

Chiaramente, per le vedove dei Nine Inch Nails questo nuovo filone produttivo di Trent Reznor non sarà mai abbastanza. E come non vedere con sospetto, poi, l’artista feroce e intransigente che a un certo punto si mette a fare musica con (per?) la sua compagna. Un cedimento borghese, tipo. Se poi la compagna in questione, Mariqueen Mandig, non ha proprio una voce poderosa e/o carismatica (infatti in giro, nel recensire i due ep del 2010 e 2012 che hanno preceduto quest’album, la si è stronchicchiata manco poco), detto sottovoce – perché comunque il rispetto verso Trent Reznor è altissimo tra tutto e tutti – il rischio se non del disastro almeno del passo falso c’è, eccome. Il rimedio è uno solo: non essere vedove dei Nine Inch Nails. Non aspettarsi un seguito di The Downward Spiral, non andare in cerca di un The Fragile versione 2013, e manco prepararsi a un seguito di The Slip. Legarsi così strettamente al desiderio di risentire materiale targato con quelle enne normale / i / enne rovesciata è feticismo. E molti dei fan di Reznor sono feticisti (si vedano le copie di Ghost esaurite in tre giorni, a trecento dollari l’una). Tuttavia, quello che ci si deve aspettare da How To Destroy Angels è Trent Reznor come mente musicale, quello sì, e sotto questo punto di vista si può essere pienamente soddisfatti. Azzerando feticismi e pregiudizi, è oggettivo che Welcome Oblivion sia un prodotto tecnicamente magistrale, un vero e proprio showcase su cosa significhi essere produttori e su come vada costruita una canzone prima di tutto nella struttura e negli arrangiamenti. Volendo, scusate l’ardire, Reznor comincia anche a essere un po’ datato: non sta rinnovando più di tanto la sua libreria sonora, ormai è entrato in una comfort zone fatta di suoni industriali-ma-non-troppo che comincia a mostrare un po’ la corda, o comunque fa avvertire la mancanza di quel senso di (iper)contemporaneità che il Reznor degli anni 90 si era cucito addosso. Oddio, se poi il rischio è che si metta a fare dubstep con Skrillex ci teniamo volentieri quel che c’è adesso, anche e soprattutto perché la qualità resta inappuntabile, suoni e arrangiamenti sono rifiniti con una cura e una precisione tale da acquisire – cosa rara nella musica fatta con le macchine – uno spessore che sconfigge le leggi del tempo.

Questo è il primo fattore. Il secondo è la struttura dei pezzi, o in generale l’equilibrio fra le varie componenti all’interno di una traccia (scrittura, rapporto fra strofe e ritornelli, dinamiche): calibratissimo. Maniacale. Il fatto che la voce della Maandig non sia niente di che (non sbaglia una nota, ma se al suo posto ci fosse la corista negli Zero 7 andrebbe bene uguale) viene trasformato dal sodale Trent in una forza invece che in una debolezza. Un Welcome Oblivion con una presenza vocale troppo invadente o anche semplicemente troppo carismatica diventerebbe squilibrato, perdendo così la tagliente ma pacata armonia – verrebbe da dire: perfezione – che lo caratterizza. Ha lavorato sia con che per la sua compagna, Reznor; ma lo ha fatto dannatamente bene, non solo con gli occhi dell’amore ma soprattutto con quelli della efficacia e della razionalità, immaginiamo pure con la solida collaborazione degli altri due membri del progetto, Atticus Ross e Rob Sheridan, che i NIN-iani militanti sanno bene essere gente di famiglia. Poi ok, tutti questi discorsi in realtà sarebbero solo fumo se non ci fosse la sostanza di pezzi che stanno in piedi per davvero: tolte l’insipida How Long? (giusto perché c’è qualche melodia non cupa, allora scegliamola subito come singolo) e l’iniziale The Wake Up, il resto è validissimo. Così valido che potrebbe essere cantato anche solo voce e chitarra (e con Ice Age succede davvero, se sostituite la chitarra con un banjo e aggiungete giusto qualche orpello minimale digitale) risultando sempre molto affascinante. Insomma, centro pieno.

Pubblicato sul Mucchio 704

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