Diciamo pure che avevo bisogno di un disco del genere, in sintonia con il cattivo umore che mi attanaglia ogni qual volta leggo titoli e commenti su varie cose: un altro massacro in Siria, la democrazia illiberale di Orban, Salvini e Di Maio che amoreggiano e litigano come una coppia annoiata dalla routine, Facebook che smercia dati con beata noncuranza, Trump che trumpeggia, ancora una donna massacrata dall’ex di turno…
Non c’era, finché è arrivato Beyondless. Intestazione neologistica: tipo “senza un oltre”. Mancanza di orizzonte, insomma: vi suggerisce qualcosa? Le prime parole: “Diretto all’ultimo raduno, hardware in mano, mi è stato detto di proteggere e servire, ma sono qui per soddisfare una richiesta, come fragorosi fuochi d’artificio free jazz, segui il suo ritmo, danzando al suono dei fucili nemici”. Istantanea da un campo di battaglia prossimo venturo, stile Guerra dei Balcani ricollocata dove più vi piace, con eserciti populisti che si fronteggiano guardandosi in cagnesco. La canzone, un r’n’r da catastrofe, è intitolata Hurrah.

Quella successiva parla di analgesici, Pain Killer, che però sono persone (“Pregando l’altare delle tue gambe e dei piedi, la tua saliva è una droga così agrodolce”), ed è post-punk in caotica salsa rhythm’n’blues, quasi un ircocervo, metà Dexy’s Midnight Runners (epoca Young Soul Rebels) e metà Stooges. Dopo di che, in Under The Sun (il piano è: “Mi moltiplicherò come un ratto, spargendoli su tutta la mappa”), sembra siano The National passati nel tritacarne dei Godspeed You! Black Emperor. E poi viene il bello: “Sto aspettando il giorno in cui morirà la musica”. Perché: “Il futuro non comincia mai, il presente non finisce mai”. La lampadina si accende ascoltando il verso iniziale di questo boogie spietato: “Ho praticato un esorcismo su me stesso, nominando predicatori e riti di liberazione, eppure eccomi qua in qualche modo ancora posseduto”. Morale: gli Iceage sono eredi dei Birthday Party (quando cioè Nick Cave era davvero “pericoloso”), come conferma chi li ha visti dal vivo e prova qui eloquentemente Plead The Fifth.

Ragazzotti di Copenaghen, tuttora lontani dai 30 anni, nonostante siano in attività da un decennio e abbiano – con questo – già quattro album in repertorio, e non uno che fosse sbagliato. Ma il nuovo è fenomenale. Più ricco e ambizioso negli arrangiamenti (fiati a volontà e violino tra gli extra), senza perdere in ferocia anarchica e corrosività, Beyondless a tratti toglie il fiato. Cercate sorprese? Il beffardo vaudeville di Thieves Like Us ne riserva a bizzeffe, in musica e parole (“Taci mentre spiattello le mie teorie lunatiche, le affastellerò come patiboli preraffaeliti”). Avete necessità di rassicurazioni? Non le troverete. Dall’episodio che conclude su tonalità apocalittica la raccolta e le dà nome: “Se credi che io sia il pilastro di cui avevi bisogno, credimi, caro mio, non sono io”. Gradite il senso dell’umorismo? In Showtime si raffigura la scena musicale come il circuito artistico al cinema in The Square: “I posti a sedere sono stati acquistati, dei cappotti ci si è liberati, leggi le recensioni, sono fuori classifica, l’attesa sta portando la sala in ebollizione, sento che il design dell’allestimento è allo stato dell’arte”. Di me non vi fidate? Date retta a Richard Hell: “M’identifico con gli Iceage perché sono troppo, e sono ciò che io voglio mi rappresenti in musica”.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 767

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