The Lone Gunman

Talitres/Wide

Quando si piazza sul lettore un album degli Idaho – con “The Lone Gunman” siamo al decimo – si ha la sensazione di ascoltare la stessa canzone che si ripete all’infinito; una sorta di (piacevolissimo sebbene non troppo vivace) loop che, iniziato nel 1992, ha permesso ad un pubblico sempre più vasto di scoprire il talento di Jeff Martin. E di innamorarsi dei suoi dolci strumentali a cui, è inevitabile, ha affiancato suadenti e malinconiche ballate acustiche. Oggi, però, c’è una novità: i testi. Mai prima d’ora, infatti, gli Idaho avevano toccato, nelle loro liriche, argomenti di una stringente e drammatica attualità come l’11 Settembre, le elezioni truccate o la guerra per il petrolio. Parole al vetriolo, venate da un’amarezza di fondo che rende “The Lone Gunman” ancora più riflessivo rispetto ai suoi predecessori. Lo dimostrano composizioni come l’iniziale “The Orange Cliffs”, spettrale movimento per deserti sconfinati (fan di Mojave 3 e The For Carnation sono calorosamente invitati a prender parte alla festa), “Echelon” e “When Sunday Comes” (con la dolce voce di Martin a fare da strumento aggiunto) e “Have To Be” in cui i ritmi sembrano prendere appena più consistenza; solo un’illusione, quasi superfluo constatarlo, giacché il punto di forza degli Idaho è – e sempre sarà – la più assoluta introspezione.

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