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Iggy Pop

Post Pop Depression

Loma Vista/Caroline/Universal
8.5

Il valore di una cattiva compagnia sa essere inestimabile. Anche senza confermare quell’etichetta da mezzo genio e mezzo babbeo appiccicatagli addosso da uno spietato Lou Reed, quando lo definì “un tipo molto dolce e molto stupido”, è un fatto che Iggy Pop abbia assestato i suoi colpi migliori ogni volta che qualcuno gli ha guidato la mano. Dagli Stooges di prima e seconda incarnazione (lasciamo perdere la terza…) all’altrettanto ovvio trittico bowiano, ci sono diversi nomi ai quali James Newell Osterberg deve l’essere diventato qualcosa di più di un formidabile performer. Una volta persi per strada i mentori storici (entrambi i fratelli Asheton, Steve MacKaye, lo stesso Reed e ora pure il Duca Bianco, questi ultimi anni sono stati un pianto…), la staffetta è gradualmente passata agli allievi. Ripercorrendo la sua esigua produzione solistica da inizio millennio a oggi si scopre che il Nostro ha tenuto tutte per sé soltanto le discutibili sortite da jazz big band di Préliminaires (2009) e Après (2012). Quando invece si è trattato di ridarsi al punk-rock, ha preferito avvalersi del supporto dei pretendenti al trono: da Peaches ai Green Day, percorsi diversissimi trovavano un minimo comune denominatore nel culto della sua personalità. In quei registri va a iscriversi il nome di Josh Homme, e non da oggi: già tempo fa ha messo agli atti di essersene andato dai Kyuss dopo avere recuperato l’ascolto di Lust For Life: “È frustrante sapere che qualcuno là fuori ha già fatto tutto quello che avresti sempre voluto fare e molto meglio di quanto tu lo potrai mai fare”. Solo uno scoramento passeggero e, ora sappiamo, brillantemente superato. Beninteso, però: nessuno dei due maggiori azionisti di Post Pop Depression prende la scusa per rinverdire i fasti che furono.

La backing band messa insieme per l’occasione conta Dean Fertita, il fido tuttofare dei Queens Of The Stone Age dell’ultim’ora, e Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys, già diretti da Homme nel sottovalutato Humbug del 2009. I numeri per pestare duro ci sarebbero tutti, ma quasi sempre si preferisce procedere al passo felpato di un mid-tempo: il sound riesce morbido e sinistro al tempo stesso, per quella che si candida a essere la sezione ritmica in assoluto più funky che abbia mai supportato l’Iguana. Le atmosfere godono dell’esperienza maturata dal chitarrista durante le sue prove al banco di regia – l’introduzione a cappella di Paraguay è decisamente farina del suo sacco, mentre gli arrangiamenti si prendono il lusso di spaziare dal crescendo orchestrale in coda a Sunday al secco accompagnamento per sola chitarra ritmica di Volture. Da parte sua, Iggy ci mette l’inconfondibile baritono da crooner sotto sedativi che David Bowie si inventò per lui proprio durante il soggiorno a Berlino e che gli valse anche la critica di un tifoso altrimenti sfegatato come Lester Bangs. “Il morto vivente” del quale il critico americano scrisse in una velenosa recensione di The Idiot torna miracolosamente a deambulare, a lanciare il suo rantolo dagli abissi persino più cavernosi di Break Into Your Heart e German Days.

Se all’altezza del 1977 l’ex Stooges si poteva a buon diritto definire “strappato alla morte”, stavolta la metafora del redivivo vale (anche) come concept lettarario: i brani di Post Pop Depression sono stati scritti nei panni malconci di “un personaggio tipo veterano dell’esercito degli Stati Uniti, un reduce che torna a reclamare la propria parata. Troppo facile fondere personaggio e interprete, specie quando il secondo si fa sfuggire che, finito questo giro, potrebbe anche pensare a defilarsi del tutto (…ma certo, quel titolo!). Se così fosse, avrebbero ragione a dire che è il disco che Iggy si meritava per aggiungere un poco di sostanza all’ultimo quarto della sua carriera in vista del pensionamento. Viceversa, i due soci mentono – e lo sanno – quando dicono che si tratta di un progetto “destinato a portarci lontano, dove non siamo mai stati prima”. Al contrario, era proprio qui che li aspettavamo.

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