Wavering Radiant
Conspiracy/Goodfellas

Non faccio mistero di avere permanentemente inserito tra le migliori produzioni di questo decennio Panopticon, l’album pubblicato dagli Isis nel 2004, e di essere rimasto ammaliato, un paio di anni dopo e con altrettanto trasporto, da “In The Absence Of Truth”, comunque consapevole della sua inferiorità rispetto al precedente. È stato, allora, con una curiosità mista a non poca preoccupazione – di rimanere, naturalmente, deluso da una delle poche formazioni che, nel recente passato, è stata in grado di creare qualcosa di realmente emozionante – che ho accettato il compito di narrare di “Wavering Radiant”. Il cui primo ascolto (se non proprio freddo) non mi ha lasciato del tutto convinto. Solamente dopo un secondo, un terzo e un quarto sono riuscito, in effetti, ad entrare in sintonia con sette composizioni che si distaccano con assoluta evidenza da quelle incise dalla formazione californiana (d’adozione) negli ultimi sei anni; non che sia un ritorno ai movimenti di Celestial, questo no, però si nota come Aaron Turner abbia sensibilmente modificato il modo di comporre, prediligendo, per lunghi tratti, atmosfere prossime al nu-metal piuttosto che a quel fantastico e indefinito genere che aveva contraddistinto le ultime opere.
Però, con il passare dei minuti – quasi avesse ripreso confidenza con qualcosa che era alla sua portata ma non riusciva ad afferrare – la band è tornata a generare strutture incentrate sulla consueta, elegante (ancorché tutt’altro che leggera) geometria: sono questi i momenti migliori del disco, con gli oltre dieci minuti di “Hand Of The Host” che, nel loro tumultuoso incedere, cancellano il resto e tracciano un solco forte e deciso; sul quale con vigore e circolarità cresce pure “20 Minutes/40 Years”, devastante esempio di come nel nuovo millennio si possa coniugare (post) rock e hardcore. Fino a “Threshold Of Transformation”, impetuoso finale per oltre cinquanta minuti che definire di transizione sarebbe peccato mortale.

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