Lazaretto3
Jack White

Lazaretto

Third Man/XL/Self
7.5

Il rosso, il bianco e il nero che furono dei White Stripes, nella carriera da solista di Jack White, cedono il posto al blu, più o meno elettrico, più o meno vellutato: “My veins are blue / And connected / And every single bone in my brain is electric”. Jack che, in occasione del recente Record Store Day, è entrato nel Guinnes dei primati come musicista più veloce al mondo: ha eseguito un nuovo singolo, registrandolo in presa diretta su vinile e facendolo stampare dalla sua etichetta indipendente Third Man, ubicata a Nashville, nel giro di circa quattro ore. Lo scatenato singolo in questione con tanto di assolo chitarristico, synth e violino, accompagnato sulla seconda facciata dalla cover di Elvis Presley The Power Of My Love, è per l’appunto la traccia che dà titolo al secondo album in proprio del rocker americano, Lazaretto, che ribadisce peraltro l’attenzione verso l’oggetto fisico con una splendida, ricchissima edizione da collezione.

La faccenda è un curioso paradosso visto che Lazaretto è il disco dalla lavorazione più lunga di sempre nell’arco di almeno quindici anni di attività ad alti livelli: la sua realizzazione è iniziata nel 2012 e i brani incisi sono parecchi di più rispetto agli undici poi selezionati. Le anomalie proseguono: il songwriting è scaturito da materiale testuale, ovvero dal recupero di alcune short stories scritte appena diciannovenne, quando l’amore veniva a bussare per la prima volta alla porta e adesso opportunamente riviste, ciascuna autonoma l’una dall’altra. Ci sono ragazze rosse, bionde e brune, c’è un Dio che è donna, ci sono questioni di cuore per cui combattere e c’è l’esigenza di fare quel che si desidera infischiandosene dei giudizi altrui. Ma c’è anche una dedica a tre signore particolari: nientemeno che la militare Florence Green, la scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre, la programmatrice informatica e ammiraglio navale Grace Hooper.

Che sia merito o colpa del parallelo ruolo di produttore per se stesso e per terzi, la scaletta si lega al precedente Blunderbuss in quanto a varietà, sebbene con maggior definizione: tutto suona senza genere perché, di generi, ne abbraccia vari. Rock, garage, blues, folk, country: intrecciate a piacimento le coordinate sonore che dalla natia Detroit conducono sino alla succitata Nashville, due città guarda caso nominate nella giocosa Three Women d’apertura. Oltre ad avere una grande padronanza della Storia, White si sente comunque a suo agio nel vivere il presente, pur senza inventare nulla: un pezzo come The Bat Black Licorice è per esempio molto moderno, nell’ibridazione di note e parole dalla metrica quasi hip hop. Un’ibridazione che tiene filosoficamente conto della lezione della Jon Spencer Blues Explosion e risulta in conclusione più peculiare e coerente rispetto ad altri contemporanei, vedi il paraculismo degli ultimi The Black Keys.

Dall’altra parte, Temporary Ground – con il controcanto di Lillie Mae Rische – oppure una Just One Drink da saloon oppure lo storytelling di Entitlement e Want And Able ribadiscono il legame con un registro espressivo decisamente tradizionale, che si sposa a un immaginario dove ricorrono “lordy Lord”, caffè e cotone, figli illegittimi e fantasmi, case e prigioni. Che si vada in una direzione o nell’altra, le stesse due polarità che caratterizzavano in fondo il cruciale percorso svolto in compagnia di Meg White, così come i progetti The Dead Weather e The Raconteurs. È la pazzesca cura del sound, rigorosamente analogico, che funge con ogni probabilità da trait d’union: lo strumentale High Ball Stepper, usato come preview dell’intero lavoro, alterna corde e tasti spettinando l’ascoltatore con muscolarità vecchia scuola. Se è ormai conclamato che abbiamo a che fare con una delle poche vere icone a cavallo tra anni Zero e Dieci, Lazaretto è un’inattaccabile manifestazione, appunto, del classic rock di oggi. Un luogo dove ogni portatore della contagiosa malattia conosciuta come r’n’r si potrà felicemente rifugiare.

 

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