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James Holden

The Inheritors

Border Community
7.5

La prima cosa che pensi quando ascolti The Inheritors è quanto sia complesso. Nettamente diverso dall’applauditissimo The Idiots Are Winning del 2006, dove dominava quel minimalismo acuto e raffinato che lo avrebbe identificato negli anni a venire e che, in fondo, rappresenta il miglior tessuto su cui liberare le intelligenti tensioni emotive che Holden condivide con pochi altri artisti di punta del panorama elettronico odierno. Qui è l’idea ad essere differente, a voler andare in profondità, a rinunciare ai facili piaceri del primo impatto. Il trucco di uscire su Twitter con la definizione a effetto “psychedelic-synth-garage” ha, come previsto, fatto il giro di tutti i magazine specializzati, e a dirla tutta la faccenda è anche più complicata: oltre alla psichedelia, parliamo di jazz, dronica, krautrock, dub, ambient, folk. Ma niente di tutto ciò genera eterogeneità o frammentazione, ogni brano ha il coraggio di agire fuori da certi binari noti, provando a creare atmosfere ibride inedite, sempre seguendo un uniforme disegno complessivo. Singoli come Renata e Gone Feral, che da soli suonavano così strani e sperimentali, assumono nella dinamica dell’album la concretezza di un suono robusto, riflessivo e coinvolgente, che punta a far breccia sull’intellettuale e durare nel tempo. Più che un disco per stupire, è un invito a riflettere.

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