Dynamite

Sony

Arieccolo. Scusate il cinismo e il tono scazzato, ma è la nostra arma di difesa per combattere la malinconia e la disillusione. Già: perché noi nel progetto Jamiroquai, quando era ancora all’alba, ci credevamo. Perché in tutto il mare di uscite acid jazz Jay Kay col suo cappello di bufalo e i suoi erano due spanne sopra tutto il resto, per freschezza, tiro, creatività. Era il biennio 1992/1993. Lì è arrivata la Sony col suo contratto-monstre (tot milioni di sterline per tot dischi): i nostri eroi giustamente hanno firmato (voi non l’avreste fatto?) vedendosi catapultati dagli scantinati a rimborso spese al jet set, e il loro scopritore Eddie Piller si è garantito per un bel po’ di anni percentuali grassissime (spese in allegre sbornie, conoscendo il tipo) senza muovere un dito. Artisticamente, il dito non l’hanno mosso nemmeno i Jamiroquai: dal 1993 ad oggi hanno cristallizzato le intuizioni dei loro esordi banalizzandole anzi un po’. Col risultato che almeno un paio di canzoni belle a disco le infilano, qualche volta anche di più, ma il tutto sempre più stancamente e sempre più prevedibilmente. Anzi: sempre più noiosamente. “Dynamite” conferma il trend. Credeteci, lo diciamo con la morte nel cuore. Su quel damerino con le Ferrari in garage e la farina attorno alle narici (ne parla lui stesso) avevamo altre speranze, dodici anni fa.

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