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Jenny Hval

Blood Bitch

Sacred Bones/Goodfellas
8

In un’intervista data questa estate, con la stessa cruda onestà con cui lavora ai propri album, Jenny Hval ha ammesso che un concetto da tempo accarezzato, ma evidentemente non ancora del tutto espresso attraverso le proprie performance, era la nudità intesa come la mancanza di barriere tra il corpo e il mondo esterno: niente affatto sensuale, provocatoria solo in riflesso allo sguardo altrui, brutalmente esposta. Questo desiderio di mostrare e mostrarsi senza filtri è solo uno dei motori che muovono la sua sesta prova da solista, successiva a Apocalypse, Girl dello scorso anno e da essa – musicalmente e concettualmente – distante.

Blood Bitch richiama fin dal titolo le mestruazioni, un tema che nei suoi 37 minuti scarsi verrà toccato più volte, da Untamed Region a Female Vampire passando per Period Piece, ma con un approccio assai diverso rispetto a quanto fatto in passato da altre colleghe (la lista è più lunga di quanto si creda: Mary J. Blige, Dolly Parton, Ani Di Franco e Lily Allen sono solo le prime a venire in mente). Hval non ne fa una questione di riaffermazione del potere femminile ma, come per la nudità, vuole mostrare lo stato delle cose, le espone perché noi ci si possa specchiare e di conseguenza – se ci perdonate il gioco di parole – riflettere. “Il sangue più forte dell’Universo”, ha detto l’artista in un’altra intervista, “è probabilmente quello mestruale. Al tempo stesso è stato privato di ogni potere”. Se il tema dell’album è consistente, non è da meno il comparto musicale. Tra cut-up astrusi (The Plague è l’abbraccio di tutte le donne: forti, allegre, rabbiose, indipendenti) e momenti più intimi (la già citata Untamed Region), Blood Bitch rivela inattesa versatilità nell’affrontare i generi. Che i suoni si colorino di un’insistenza maniacale o di inquietante impalpabilità, la voce riesce sempre a spiccare il volo e svelare un gusto innato per la melodia, come in quella gemma maldestramente offuscata dal parlato che è The Great Undressing. Altro che mestruazioni. Era l’ingresso in territori più accomodanti il vero tabù da spezzare.

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