Night Falla Over Kortedala
Secretly Canadian/Goodfellas

L’impressione che ci siamo fatti di Jens Lekman è che sia un tipo tutto sommato schivo, e che le attenzioni ricevute all’uscita di “When I Said I Wanted To Be Your Dog” (2004) lo abbiano disorientato ancor prima che gratificato. A confermarlo, le voci che lo volevano in preda a una pericolosa mancanza di ispirazione e motivazioni. Timori che lo svedese, dopo un salutare periodo di pausa, smentisce nel migliore dei modi: coi fatti o, meglio, con le canzoni. Quelle contenute in un’opera seconda che, se al primo ascolto può suscitare qualche perplessità, con il passare del tempo si rivela pienamente all’altezza del lavoro precedente.
Kortedala è il quartiere di Göteborg dove Lekman ha il propro studio di registrazione: una zona residenziale che al calare delle tenebre si trasforma in un pericoloso ricettacolo di delinquenza e indifferenza. Forse proprio per reazione a un contesto non esattamente amichevole, “Night Falls Over Kortedala” è un disco nell’insieme più solare e lieve del predecessore, meno propenso all’introspezione – per lo meno nelle musiche – e a suo modo più vario e ballabile. Tra ritmiche caraibiche e percussioni assortite, infatti, emergono con forza influenze latino-americane in passato solo accennate (“Sipping On The Sweet Nectar”, una “Into Eternity” al gusto di lambada), ove invece l’incalzante “The Opposite Of Hallelujah” si tinge di soul e “If I Could Cry (It Would Feel Like This)” si spinge dalle parti della blaxploitation. E se l’iniziale “And I Remember Every Kiss” è una imponente ballata orchestrale da far morire di invidia i Divine Comedy, in chiusura “Friday Night At The Drive-In Bingo” è un infallibile antidoto per le giornate più fredde e grigie. Il tutto realizzato grazie al solito campionario a fedeltà medio-bassa di plettri, fiati e archi, batterie elettroniche d’epoca e frammenti sonori riciclati da vecchi vinili (per dire, il coro che si sente nella deliziosa “A Postcard To Nina” è lo stesso dell’inizio di “Kanske Är Jag Kär i Dig”). A dimostrazione di come spesso il pop migliore sia quello più artigianale.

(Recensione tratta dal Mucchio n.639 – ottobre 2007)

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