Rain
Ryko/Audioglobe

Si è assestato, il signor Joe Jackson. Ha smesso di tentare di stupire con la sua intelligenza (o supponenza, secondo le malelingue) inseguendo virate verso la musica colta, o comunque verso musiche altre. Sarà che ora vive a Berlino, la città che più in Europa (…al mondo?) ti invita ad essere quello che sei veramente, rilassata nella sua vastità, cordiale nel suo senso della misura e piacevolmente menefreghista com’è. Sarà che il tempo passa, e dopo trent’anni di carriera forse ci si stanca pure di voler fare il primo della classe saccente che deve sempre dimostrarsi all’altezza della sua abilità o presunzione. Già l’aver rimesso in pista la band degli esordi, col Volume 4 uscito nel 2003, era stato un segnale chiaro: un disco di canzoni rock, né più né meno, non brutto ma nemmeno trascendentale.
Ora, giusto a dire che si è sempre meno giovani e r’n’r e sempre più invece paciosi autori, il territorio resta sì quello del songwriting ma senza citazioni colte, senza suite orchestrali, senza arrangiamenti particolari, e per giunta si fa fuori Gary Sanford: niente chitarra su questo disco, solo pianoforte, basso e batteria. È poco, e in alcune tracce è troppo poco. Ma nel complesso le critiche stanno a quasi zero, perché qui ci sono belle canzoni (Solo, Good Bad Boy, King Pleasure Time, Citizen Sane) e un capolavoro, perché Invisible Man è una delle cose più belle che Joe abbia mai scritto. Le note diffuse dall’etichetta parlano di Rain come di un lavoro che riprende il filo di Night & Day. Palle. Si può capire il tentativo di riesumare il più grande successo commerciale di Jackson, ma non fatevi ingannare: quest’album semmai è una ripresa del discorso fatto con Big World. Con più distensione. Con la consapevolezza che non c’è bisogno di inventare sempre strutture e sovrastrutture. Eh, forse non consapevolezza non c’entra e forse è solo la stanchezza a spingerlo a tirare un po’ i remi in barca; ma non diteglielo, permaloso com’è, potrebbe zittirsi per dispetto. E noi, invece, Joe Jackson lo vogliamo ancora qui, a di-spensare classe e storie.

(Recensione tratta dal Mucchio n.643 – febbraio 2008)

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