Nella critica delle arti figurative il pentimento è ogni variazione che l’artista apporta al suo lavoro e che talora può essere scoperta per il riaffiorare, col passare degli anni, della prima soluzione dagli strati più profondi. In musica si può affrontare qualcosa di simile: le composizioni possono alterarsi, cambiare ed evolvere nel tempo lasciando solo vaghe tracce della loro forma iniziale. Ambient e jazz, spesso paragonati alla pittura paesaggistica con buone ragioni, condividono molte somiglianze, il che spiega la reazione spesso estatica dinanzi a una canzone o a un’opera d’arte.

Così, dopo nove anni di silenzio, Jon Hassell decide di ripartire proprio da qui, dal pentimento, modificando, elaborando variazioni dei propri classici. Il padre del Quarto Mondo esplora le infinite possibilità di ricombinazione, lasciando i frammenti campionati, ripetuti e sovradimensionati, liberi di muoversi. Applicando la tecnica pittorica del pentimento agli arrangiamenti, stuzzicando la consistenza con la sovrapposizione di strati di suono e usando le sovraincisioni, crea strati densi e sempre mutevoli, sviluppa profondità e consistenza all’interno di un’immagine. Ogni traccia offre un distinto panorama sonoro, costruito da zero con livelli complessi di strumentazione, sia organici sia elettronici. Dall’esotico smooth jazz di Manga Scene ai synth floridi dell’immersiva Al Kongo Udu, dal sequencer ritmico e organico à la Autechre di Picnic al glitch jazz di Her First Rain fino all’asimmetrico arazzo di trombe minacciose e percussioni tremanti che è Dreaming, Hassell eccelle nel catturare un suono in divenire, perennemente in transizione, senza tuttavia rivelarne la destinazione finale. Le giustapposizioni di scala, i pattern e gli spazi onirici ricordano lo stile di Oneohtrix Point Never, sebbene meno fugace e più sincretico. L’altare del suono di Hassell si muove in mezzo alle trame eteriche della musica, ricamando modelli armonici senza tempo.

Il compositore di Memphis, 81 primavere, si conferma ancora oggi una voce fondamentale nel minimalismo moderno, definendo una personalissima visione compositiva capace di alternare un pulsato jazz modale a ronzii di piano distorti, ambienti poliritmici in disintegrazione, beat informi e ottoni umorali. I suoni formano concatenazioni stupefacenti e delineano il cerchio in cui il sacro può essere sventrato nella sua ossequiosa ritualità. Ciò che interessa l’arte di Hassell non sempre concerne l’umano, perché l’oggetto, la prosa e la poesia di questo disco hanno in comune il frantume, perché l’inanimato è la vertigine della tensione. Il suono di Listening To Pictures non lascia scampo, racconta di storie, resistenze e nostalgie. Nell’ordine babelico della sua musica troviamo lo sguardo risanato, la meraviglia, nel tentativo di raccogliere nello spazio finito di un volume la vita di un uomo straordinario, inafferrabile. Autentico. Così come solo un originale presenta pentimenti, mai le copie.

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