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Jonathan Wilson

Rare Birds

Bella Union
6.5

Che cosa non funziona in questo album di Jonathan Wilson? Formalmente, nulla.Alla sua nuova uscita, il songwriter del Laurel Canyon cam mina ancora a diverse dita da terra, come e più di quanto già non facesse in Gentle Spirits (2011) o nell’antecedente Fanfare (2013). Rispetto al suo maestoso predecessore, la copertina di Rare Birds baratta l’iconografia cristiano-rinascimentale con una sorta di new age traghettata agli ambienti tridimensionali di Second Life: una scelta esteticamente discutibile ma che legittima in un colpo solo tutti i paragoni con il George Harrison del periodo mistico. Il processo di canonizzazione del Nostro prosegue senza intoppi, e se mai lo sorprendeste a maneggiare riferimenti fin troppo ovvi, risponderebbe facendo appello ai suoi santi in Paradiso. Per esempio, c’è una buona ragione se il lento incedere di Trafalgar Square sembra sempre sul punto di esplodere in Us And Them –e  no, non quella gonfiata ad arte dal lo-fi visionario dei Flaming Lips, ma proprio l’intoccabile, risaputissimo originale pubblicato su The Dark Side Of The Moon… Chi la canta è infatti reduce da un anno in cui ha lavorato da produttore e chitarrista rispettivamente per il nuovo album e gli show dal vivo di Roger Waters (durante un tour che, manco a farlo apposta, si intitolava “Us + Them”). Anche grazie a questo po’ po’ di frequentazioni Wilson riesce credibile soprattutto nelle impennate, tant’è che gli episodi di questo disco che possiamo fin d’ora annoverare tra le cose migliori della sua produzione sono anche le composizioni più ambiziose del lotto. Funzionano, e molto bene, gli otto minuti e fischia di Over The Midnight e le chitarre acide della title track.

Ma allora, tornando al punto di partenza,che cos’è che non funziona in questo disco? In un certo senso, proprio il fatto che tutto funzioni così bene e secondo schemi tanto consolidati. Dietro quell’apparenza da innocuo indie folk si insinua, strisciante, la solita, vecchia storia per la quale tutto sarebbe già stato detto in un periodo imprecisato tra gli anni 60 e 70 e che a chi è arrivato tardi non rimanga che rimestare dal fondo. Malgrado le innegabili somiglianze, l’impressione che si ricava dall’ascolto non è certo quella di trovarsi davanti a un nuovo Harrison o un nuovo Waters; casomai, con le dovute proporzioni, pare di sentire un altro Harper, un altro Kravitz o, peggio ancora, quell’altro Wilson (Steven). Tutti troppo rispettosi del verbo professato negli anni d’oro della canzone d’autore e del Rock con la maiuscola per poter arrischiare alcunché che non sia un esercizio di calligrafia.
La riprova arriva proprio quando si cerc a di variare un menù che deve essere apparso troppotradizionale persino allo stesso autore: Loving You è l’immancabile fantasia con cantato arabeggiante messa lì apposta per condire il tutto con qualche spezia esotica. Praticamente la stessa strategia d’uscita dal logorio del pop occidentale che si adottava due generazioni fa. Seriamente: ne abbiamo ancora bisogno?

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 764

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