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Julia Holter

Loud City Song

Domino/Self
8

La città rumorosa evocata nel titolo del terzo album di Julia Holter è la natia Los Angeles e a sentire le nove canzoni come un unico flusso (non a caso è Song, al singolare), emerge limpidissima l’immagine di una metropoli che si ridesta da un lungo sonno muovendo per abitudine i propri ingranaggi e che nota ciò che la circonda quasi fosse la prima volta. Questo è quanto la musica della giovane e prolifica artista, dopo Tragedy del 2011 ed Ekstasis dello scorso anno, riesce ad evocare e va da sé che se un disco così arioso e sognante riesce ad essere al contempo così vicino al materiale, qualcosa di magico sta accadendo. C’è arte in Loud City Song, tra riferimenti divini e citazioni letterarie (Gigi di Collette pare essere stato il motore che ha dato una direzione al progetto), senza tuttavia pagare lo scotto della pretenziosità, del muro comunicativo che spesso si crea con il pubblico. Gli arrangiamenti, capaci di dosare intelligentemente field recording e strumenti organici con un brio che non appesantisce la forma-canzone, sono l’ottimo companatico di una voce che, partendo da una scuola indie smaccatamente anni 80 (il catalogo 4AD, in prima istanza), non ha paura di macchiarsi col pop allo stesso modo in cui potevano essere considerati pop Laurie Anderson e Klaus Nomi. Un disco che spicca tra le non poche uscite di fine estate.

Pubblicato sul Mucchio 710

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