Our Secret Ceremony
A Silent Place/Fanzines

Se si vuole trovare una costante nella ormai decennale carriera dei sassolesi Julie’s Haircut, questa è rappresentata dal cambiamento. Ognuno dei loro album, infatti, li ha fotografati in una fase diversa della loro costante e spontanea ricerca sonora, con il risultato che nessuno di essi suona uguale al precedente, dall’esplosivo indie’n’roll di “Fever In The Funk House” (1999) fino alle improvvisazioni controllate del penultimo “After Dark, My Sweet” (2006). In un certo senso, “Our Secret Ceremony” riprende il discorso dove quest’ultimo lo aveva interrotto, muovendosi allo stesso tempo in due direzioni: da un lato schiacciando ulteriormente l’acceleratore verso strutture ancora più dilatate e – almeno apparentemente – libere, dall’altro riallacciando i rapporti con la forma-canzone più propriamente detta. Inevitabile forse che dalla spinta di queste due forze opposte e complementari uscisse un lavoro bifronte nella sua organicità di fondo. Una duplicità accentuata ulteriormente dalla sua natura di doppio album: formato sì indispensabile per accoglierne tutti e novanta i minuti, ma anche congeniale alla sua stessa natura. Più raccolte nel minutaggio – eccezion fatta per la torrenziale “Origins”, col suo gioco di svuotamenti e riempimenti – le composizioni contenute nel primo supporto (vinilico, digitale o virtuale che sia), e volendo più canoniche, se così si possono definire una “Sleepwalker” che costeggia tanto i Suicide quanto gli Spacemen 3, una “The Stain” inquietante nel suo minaccioso incedere di distorsioni e sintetizzatori, i paesaggi notturno-metropolitani di “The Shadow, Our Home” e le sonorità gommose di “The Dead Will Walk The Earth”. E poi, ancora, la strumentale “Mean Affair” di concezione quasi jazzistica – con fiati (tra gli ospiti anche l’Afterhours/Mariposa Enrico Gabrielli), sei-corde e piano elettrico ad alternarsi negli assolo, salvo poi ritrovarsi nell’esecuzione del tema principale – e le stratificazione su base kraut di “The Devil In Kate Moss”. Proprio le ritmiche motorike sono uno dei fili rossi che collegano un brano con l’altro, insieme alla presenza massiccia (sovente maggiore di quella delle chitarre) di tastiere terribilmente Germania anni 70. Sensazione confermata dai titoli del secondo disco, più espansi nelle forme come nei contenuti; affascinanti nel tracciare percorsi sonori cosmici e avvolgenti (“La macchina universale”, scritta e suonata insieme al vecchio compagno di avventure Giancarlo Frigieri, l’ipnotica “Hidden Channels Of The Mind”, il progressivo accumulo sonoro di “Ceremony”), ma non sempre perfettamente a fuoco. Non convince del tutto, per esempio, una “Breakfast With The Lobster” un po’ troppo fine a se stessa, specie sul finale, così come pare eccessiva l’atonalità del cantato di “They Came To Me”; ma qualche momento meno brillante è da mettere in conto quando ci si prendono certi rischi e ci si spinge oltre determinati limiti. Non ci si faccia dunque trarre in inganno da un paio di passaggi a vuoto e dalle conseguenti tre stelle – che, intendiamoci, non sono poche – di valutazione: oggi come oggi i Julie’s Haircut sono su un altro livello rispetto a quasi tutta la scena indie italiana, e sarebbe colpevole non rendergliene merito. Questo non tanto perché “Our Secret Ceremony” rappresenti chissà quale tappa nell’evoluzione del rock come lo conosciamo – non lo fa, e se vogliamo certi momenti più che al futuro fanno pensare al passato, specie alla già menzionata scena teutonica dei primi anni 70 o a certa psichedelia britannica del decennio successivo – ma perché offre una testimonianza quanto mai vivace di come l’ensemble emiliano non abbia alcun timore di seguire i propri stimoli e le proprie inclinazioni, anche a costo di allontanarsi definitivamente da qualsiasi discorso di generi, mode e modelli. E, se si pensa all’appiattimento e all’omologazione che si vedono e sentono in giro, massimo rispetto per chi ha il coraggio di fare il vuoto intorno a sé e proseguire incurante per la propria strada, soprattutto se i risultati sono all’altezza delle intenzioni.

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