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Kamasi Washington

Heaven And Earth

Young Turks
7.5

Quando ci eravamo lasciati, alla fine dell’intervista destinata a “Mono”, il supplemento di approfondimento riservato agli abbonati di questa rivista, la sua ultima frase – relativa allo stato delle cose corrente e alle preoccupazioni conseguenti – era stata: “Dobbiamo reagire contro l’odio e il fanatismo: siamo più di loro. Diamoci da fare”. L’avvio del nuovo lavoro discografico sembra la messa in atto di tale proposito: una rivisitazione del tema principale di Dalla Cina con furore, apoteosi di Bruce Lee datata 1972. Evidentemente i versi di quel brano hanno risonanza ancora ai giorni nostri. Tipo: “Uso le mani per sostenere il mio compagno, uso le mani per aiutare come posso, ma di fronte a un’offesa ingiusta, le mie mani diventano pugni di furore”. Dopo di che, Kamasi ci aggiunge del suo: “Il nostro tempo come vittime è finito, non reclameremo più giustizia, prenderemo invece ciò che ci spetta”.

La sezione “terrestre” di Heaven & Earth comincia dunque con fierezza militante, cui corrispondono il trasporto sinfonico degli arrangiamenti e una visione orchestrale del jazz, da Ellington filtrato attraverso l’attitudine liberatoria di Coltrane e Coleman. La prima metà dell’opera, doppia su CD e quadrupla in vinile, descrive – a detta dell’autore – “come vedo dall’esterno il mondo del quale faccio parte” per mezzo di “canzoni derivate dalla mia esperienza di vita”. Nelle intenzioni ha perciò aderenza realistica al corso degli eventi, anche se il protagonista afferma: “Cerco di fare musica che sia più grande della politica: se resti accalappiato dalla quotidianità, finisci per perdertici”.

Concettualmente, Washington si muove qui fra “connessioni” (cui è intitolato un episodio dall’incedere solenne, illuminato da scorci di Broadway) e “testimonianze” (rese appunto in Testify con squisita sensualità soul personificata dall’intonazione femminile di Patrice Quinn) pervase da slanci lirici ad ampio respiro (Tiffakonkae) e infervorate da enfasi panafricanista (la versione di Hub-Tones, composizione dall’omonimo album pubblicato nel 1962 da Freddie Hubbard, ostenta fiati e groove di matrice Fela Kuti).

Salendo in “paradiso”, l’atmosfera diventa maggiormente rarefatta e sognante, dovendo rappresentare “il mondo interiore, che è parte di me”, ossia “come immagino io la vita”. Così è in Song For The Fallen, con accenti davisiani (del Miles anni Settanta), Street Fighter Mas, dalla gommosa propulsione funk, e nel maestoso epilogo corale Will You Sing, benché all’apice stia Vi Lua Vi Sol, che già nell’intestazione portoghese dichiara la propria anima latina, solcata tuttavia da inquietudini contemporanee, espresse dalla deformazione elettronica della voce di Dwight Trible. Frutto di un paio di settimane trascorse in studio a Los Angeles insieme ai partner di sempre, essenzialmente il nucleo del collettivo West Coast Get Down, con i vari Thundercat, Ronald Bruner Jr., Cameron Graves, Brandon Coleman, Miles Mosley, Tony Austin e Ryan Porter, Heaven & Earth costituisce un’armonica evoluzione di The Epic, avendo rispetto a esso stazza appena inferiore (due ore e venti minuti di durata contro quasi tre) e ambizioni almeno altrettanto elevate.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 767

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