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Karenina

Via crucis

Autoprodotto
7

Se Il futuro che ricordavo (2012) aveva segnato il cambio di ragione sociale da Triste Colore Rosa a Karenina, il nuovo album della band bergamasca rafforza la scelta annullando le singole identità in formazione. In Via crucis non troviamo conforto nell’assegnare a ciascun nome il proprio ruolo. Karenina basta e avanza, ché proprio come nel romanzo di Tolstoj sono le piccole morti a generare nuove possibilità. Di possibilità in questo disco ne troviamo undici, ben concepite sia in fase di scrittura che di arrangiamento. 26 novembre 2010 parte quieta, cresce, si spezza, esplode. È il suono di chi apre gli occhi e realizza di vivere in un luogo pieno di contraddizioni e iniquità di cui è vittima, spettatore, colpevole. In continuità Ovest e Nel centro del Paese ironizzano sulla voglia di fuggire con tanto amaro in bocca (“povero chi rimane” e “la penisola lasciala nel cassetto”), ma capaci di combinare furia verbale e melodia. Altrove il suono e la forma si sporcano e l’alt-rock del gruppo conosce momenti più duri come svolte simil-prog. Del prog presenta anche la forma concept, sviluppando circolarmente il tema di un’Italia sporca e rozza. Se proprio vogliamo trovare un difetto al disco, è il perimetro in cui sviluppa i propri contenuti. In epoca di facili megafoni sociali, la sola rabbia rischia di essere interpretata come demagogia.

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