VELOCIRAPTOR!
Columbia/Sony

I Kasabian sono la quintessenza del pop britannico – provate a defossilizzare gli Oasis calandoli nella modernità… – e assecondano una grandeur sbruffoncella che talvolta tracima in soluzioni pacchiane.
In pratica avrebbero tutte le carte in regola per non piacerci, ma innato talento melodico e propensione psichedelica alla contaminazione sono caratteristiche da applaudire a priori nella musica appetibile sia dagli appassionati sia dalle masse. Prodotto ancora una volta con l’efficace Dan The Automator, Velociraptor! simboleggia nel titolo un certo spirito di branco e prende le mosse dal precedente, sottostimato West Ryder Pauper Lunatic Asylum, che amplificava l’affinità con Primal Scream e primi Kula Shaker, ma si differenzia nell’optare per una ritrovata immediatezza utile in passato per trainare l’omonimo esordio e il meno convincente Empire.
Sembrerebbe impossibile far confluire nello stesso disco pezzi rock striati di hip hop (gli infettivi singoli Days Are Forgotten e Switchblade Smiles, l’aggressività filo-horror della title track o una Re-wired che pompa senza rinunciare alle orchestrazioni) e ballad dal retrogusto bacharachiano (Goodbye Kiss, La Fée Verte), intro epiche che farebbero l’invidia dei Muse (Let’s Roll Just Like We Used To) ed episodi che strizzano l’occhio al cantautorato classico (Man Of Simple Pleasures). La band del Leicestershire, però, ci riesce e fa sembrare desueti molti dei colleghi della stessa area, mentre il range delle ispirazioni va dai Led Zeppelin più esotici (Acid Turkish Bath, tra acustiche western ed elettronica stoned) ai Daft Punk (I Hear Voices, ideale per i club) sino a un pertinente incrocio fra Pink Floyd e Chemical Brothers (la multiforme Neon Noon). Il fatto che Tom Meighan, Serge Pizzorno e soci non giochino di fino ma entrino subito in tackle – appartengano alla categoria dei Paul Gascoigne anziché a quella dei David Beckham, tanto per intendersi – dovrebbe in fondo renderceli ancora più simpatici.

Tratto dal Mucchio n° 687

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