Credere in Kendrick Lamar è, sopra ogni cosa, un atto di fede. Non tanto per le sue qualità, che sono palesi, sotto gli occhi di tutti, ma piuttosto per quanto riguarda i contenuti. Se crediamo in Kendrick Lamar ogni suo singolo testo diventa di una potenza rivoluzionaria, se ci fidiamo dell’autenticità delle sue parole (“Non lo faccio per i Grammy, lo faccio per Compton”) non possiamo che ritenerlo il miglior rapper di sempre, per talento e portata. Lamar è infatti il più “forte” rapper della sua generazione, che incidentalmente è la generazione che ha venduto più copie di tutte le altre, in tempi in cui rapper hanno preso il posto delle dimenticate rockstar e sono diventati il principale veicolo di messaggi e idee.

L’atto di fede in Lamar va ora rinnovato in DAMN., il suo attesissimo quarto album di studio, che arriva dopo la compilation di demo Untitled Unmastered, ma soprattutto dopo To Pimp A Butterfly del 2015, un trionfo, sì, ma che aveva avuto un costo. Il costo è stato il distanziamento da Compton, California, dalla realtà che l’artista aveva cantato nei suoi primi lavori (in maniera superlativa nel secondo disco del 2012, Good Kid, M.A.A.D City), in favore di un’apertura che coinvolgesse l’America. Ma non solo, il cambiamento era stato soprattutto sonoro, nell’assecondamento della vena jazz che – secondo il produttore Terrace Martin – fa parte da sempre di Lamar. Cosa fare adesso? Quale strada scegliere? Come riuscire a far convivere il riavvicinamento al “basso” che Kendrick sentiva di dovere alla sua gente, senza perdere di vista la possibilità di influenzare in maniera determinante il resto del mondo?

DAMN. è la miglior risposta possibile, un’unica esternazione di quelle che oramai sembrano essere le sue due anime distinte. Questo lavoro di equilibrismo – che si direbbe impegnativo, a giudicare dalla perfezione dei suoni che ha generato – passa soprattutto dal ritrovamento della sua spiritualità. Parlando al “T Magazine” del “New York Times” qualche mese fa, Lamar aveva rivelato di volersi riappropriare del suo rapporto con Dio, fondamentale e sottovalutato nel suo percorso. Parte da qui, da svariati riferimenti biblici, questo lavoro, che in diversi momenti trasmette un senso di completezza. Nella scelta dei producer, dei temi da trattare, dei featuring, DAMN. è un album realizzato tenendo bene a mente il passato, in un’evoluzione
che ha saputo nutrirsi dei suoi successi, ma non solo. DAMN. è anche l’album di un uomo che è cresciuto, le cui “vibes” della vecchia Bitch, Don’t Kill My Vibe sono diventate “elementi” in ELEMENT., il segno di un ragazzo ormai diventato adulto che può permettersi di raccontare la sua storia. Un uomo che è finalmente capace di raccontare la storia di DUCKWORTH., che come confermato da 9th Wonder è quella dell’incontro fortuito tra il padre e Anthony “Top Dawg” Tiffith, che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia di
K-Dot (il primo pseudonimo di Kendrick).

La maturità di DAMN. sta nell’essere capace di parlare a tutti, di tutto. Se Good Kid, M.A.A.D City era il disco di Compton e To Pimp A Butterfly quello dell’America, DAMN. è il disco di Kendrick. Kendrick è un mediatore, capace di far convivere sotto lo stesso tetto Mike Will Made It, Thundercat, Kamasi Washington, Rihanna, gli U2 e i suoi più fidati collaboratori. Lo ha fatto alternando tracce radiofoniche ed esperimenti più virtuosi, sforzando la sua voce a inediti livelli canori (in LOVE. per esempio, una ballata davvero insolita in compagnia di Zacari) e ricordando perché il suo verso in Control di Big Sean – “Sono l’erede di Tupac, sono il re di New York” – resta seminale nell’hip hop degli anni Zero.
Per qualche ora subito dopo la diffusione di DAMN. era circolata voce che nei giorni successivi Lamar potesse pubblicare un altro album. Non è successo, e non succederà, perché DAMN. ha tutta l’aria di essere un capitolo che Lamar doveva chiudere prima di potersi concentrare sulla prossima parte della sua carriera. La carriera del rapper più influente della nostra epoca.

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