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King Gizzard And The Lizard Wizard

Murder Of The Universe

8

La fine del mondo come non lo avevamo conosciuto. È un’involuzione verso il Medioevo, culturale e mentale, che arriverà con ogni probabilità alle sue estreme conseguenze. In tutto ciò, tanti sono gli artisti che parlano di conflitti, elezioni andate molto ma molto male o barbari innalzamenti dei confini: ovunque lo sguardo si volga, non mancano spunti per riflessioni amare. I King Gizzard And The Lizard Wizard, tipi di certo né troppo ancorati alla realtà né desiderosi di consegnare la somma verità ai propri ascoltatori, reagiscono in modo alquanto peculiare. E allora, liberi e in ogni senso genuinamente incontrollabili, eccoli tornare con il secondo dei cinque album previsti per il 2017, a seguire Flying Microtonal Banana dello scorso febbraio – un esperimento in accordatura microtonale – e a precedere l’annunciato Sketches Of Brunswick East, che raccoglierà semi-improvvisazioni di matrice jazz in omaggio attitudinale a Miles Davis. Perché al bombardamento sociopolitico di (bad) news, i sette compari rispondono con una raffica di dischi: questo è il decimo dal 2012 a oggi, basti rammentare.

Murder Of The Universe è, sulla carta e non solo, il lavoro più imponente della band australiana: ventuno tracce, suddivise in tre differenti capitoli, che sovente si collegano tra loro per mezzo di riprese testuali o musicali (riff, melodie e quant’altro), unite per due terzi della sua durata dal filo conduttore di uno spoken femminile, con epicità filo-tolkeniana ma a leggere fra le righe con parecchia sdrammatizzante ironia. Ancora una volta un concept, dunque, registrato pochi mesi fa e prodotto in autonomia a Melbourne, che risulta ancora una volta miracolosamente diverso da quanto già realizzato, che risulta in pratica un articolo a sé stante. Eppure abbiamo ormai a che fare con un “body of work”, anziché con una semplice discografia, dai numerosi rimandi interni: “Abbiamo sempre pensato ai nostri album come a dei portali attraverso i quali potersi muovere dall’uno all’altro. O forse ciascun album è un ponte verso la prossima parte della storia”.

Nel caso specifico, si illustra la caduta dell’uomo e la morte del pianeta. Apocalisse e distopia vanno a braccetto. Capitolo 1: si inizia con The Tale Of The Altered Beast, costituita da una intro e una outro, le emblematiche A New World e Life Death, a incorniciare sette pezzi che mandano in scena la serrata battaglia uomo-bestia, vieppiù concisi e serrati nel loro moto circolare, in ideale continuità stilistica con il loop heavy rock anni 70 di Nonagon Infinity, risalente al 2016 (anche se, per l’orologio creativo di Stu Mackenzie e soci, nel frattempo sembrano essere passate ere geologiche). “It’ time for you to die” sancisce il “fine prima parte” che arriva dopo una centrifuga elettrica come i Black Sabbath di Paranoid, fantasy come la Melissa Auf der Maur di Out Of Our Minds e psych come i Lumerians di The High Frontier. Capitolo 2: si continua con The Lord Of Lightening Vs. Balrog, aperto dal rumore sinistro di corvi gracchianti e popolato da un immaginario sempre più “vichingo” e fumettoso, tra divinità del fulmine, cadaveri puzzolenti e sfere di fuoco fluttuanti. La pozione si fa poi più cacofonica, terrorizzante – persino nei cori a un passo dall’horror – e opprimente, come se i Tool di Lateralus/10,000 Days forgiassero drone-doom con un beffardo sorriso sulle labbra. Capitolo 3: Han-Tyumi And The Murder Of The Universe, accompagnato da un cortometraggio di tredici minuti girato da Jason Galea, scaraventa in un futuro alterato, dal color “nero digitale”, dove alla voce narrante femminile si sostituisce quella di un cyborg, un automa che rappresenta il terzo polo di figure qui protagoniste, mentre imperversa un robotico cosmic metal che metterebbe d’accordo fan di Kraftwerk e Metallica d’antan. Insomma, Murder Of The Universe è come una trilogia tascabile in versione audio, nella quale immergersi, nella quale perdersi e forse ritrovarsi a nuova vita. O forse non ritrovarsi più.

Pubblicato sul Mucchio n. 755

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