Il nuovo disco di King Krule, che arriva a ben quattro anni di distanza dall’esordio 6 Feet Beneath The Moon spezzando un silenzio inusuale per il ventitreenne musicista inglese (interrotto nel 2015 soltanto dal progetto multimediale A New Place 2 Drawn, realizzato con il fratello e firmato con il vero nome Archie Marshall), ribadisce che possono cambiare le epoche, i costumi e le espressioni, ma il sentire umano, specie in un’età ancora verde, è sempre molto simile. Gli stati d’animo e le situazioni da cui trae spunto The OOZ sono infatti tra i più classici: la lontananza, la fine di una relazione, la riscoperta dei legami familiari, il blocco dello scrittore e la sofferenza che permette di superarlo. Eppure la principale incarnazione artistica di Archie (perché gli alias che ha utilizzato in carriera sono molti) continua ad attestarsi come una delle voci più valide della sua generazione, capace di raccontare malessere e quotidianità con un linguaggio che arriva direttamente all’ascoltatore. Anticipato dai singoli Dum Surfer e Czech One, macabri e surreali, questo secondo vero e proprio album è un lavoro coraggioso, dove le consuete ossessioni liriche e sonore vengono sviscerate in una scala di grigi che dona fumosa uniformità a un insieme ampio e vario. L’ormai riconoscibilissimo cantato disilluso e debitore delle metriche hip hop si srotola tra post-punk destrutturato e spunti melodici degni del Nicolas Jaar più etereo, tra memorie jazz o rockabilly e inedite sfumature Tex-Mex.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 759

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