Lloyd Miller – The Heliocentrics
Strut/Audioglobe

Continua l’entusiasmante percorso formativo “pubblico” degli Heliocentrics, e anche questa volta il confronto avviene con un personaggio lontano dai canoni e molto difficile da incasellare. Dopo il fortunato (in tutti i sensi) sodalizio con Mulatu Astatke dello scorso anno, il gruppo britannico si è trasferito idealmente in Medio Oriente e si è imbattuto in Lloyd Miller, classe 1938, multistrumentista e compositore originario di New Orleans innamoratosi dell’antica tradizione musicale persiana al punto da ottenere, negli anni Settanta, dopo lunghi periodi di studio in Iran e in giro per l’Asia, la conduzione di una trasmissione televisiva sulla musica trasmessa da una rete di Teheran. Autore di quello che viene considerato uno dei capisaldi del jazz contaminato, “Oriental Jazz”, in un momento, gli anni 60, in cui il termine world music non era neppure stato immaginato, Miller – che a leggere in giro non è certo tipo che si concede a tutti – ha accettato ben volentieri di sottoporre le proprie composizioni a cura “eliocentrica”.
Il risultato è come sempre ricco e denso, anche se questa volta l’ensemble britannico spinge poco su certi echi psichedelici ed “espansivi” preferendo invece assecondare – con estrema classe e consueto piglio ritmico – la visione di un jazz universale e ricchissimo di spezie, e tuttavia fuori dal tempo, portata avanti da Miller. Ne esce fuori un ritratto “mosso” ma in qualche modo immerso in una compostezza classica, che ricorre a strumenti tradizionali dell’area asiatica ma si diverte anche a escogitare brani come “Lloyd Lets Loose”, in cui il monologo parlato si incastona perfettamente in percussioni, contrabbasso e pianoforte, dando poi il meglio in pezzi come “Rain Dance”, dove un ritmo mosso, irregolare e incalzante, puntellato da archi sinuosi e sitar, manifesta una esuberanza che rinfranca, lontanissima dalla resa calligrafica. Operazione ampiamente riuscita, anche questa volta.

tratto dal Mucchio n° 672/673

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