5
Strata

Di solito, il gruppo che dopo una (semi)lunga carriera nelle major si autoproduce non offre una prova artistica convincente. Perché a gestirsi all’improvviso in autonomia si capisce quanto fosse comodo avere alle spalle un’etichetta che pagasse le bollette, prenotasse gli studi, mandasse qualcuno – stipendiandolo – a darti una mano. Non raccontiamoci balle: la voglia di essere indipendenti, di fare da soli, di non avere condizionamenti… può avere senso se sei i Radiohead, altrimenti è un indorare la pillola. Altrimenti sei tu che cerchi di nasconder(ti) la verità che non ti vogliono più. Almeno non come prima. Un alone di negatività che in filigrana corrode l’ispirazione, indebolisce le soluzioni sonore, confonde le idee nei testi. Ecco: 5 dei Lamb non è tutto questo. È davvero l’eccezione che conferma la regola. Ha bisogno di alcuni ascolti, questo sì: perché la prima impressione è che sia più che discreto, ma meno incisivo rispetto agli episodi migliori firmati da Lou e Andy. Verso il terzo giro capisci però che è solo maggiore maturità. Meno ansia e urgenza di stupire. Vero, non ci sono picchi, non c’è una Cotton Wool (una delle canzoni più perfette di tutti i tempi) o non c’è un “filotto” pazzesco come quello che apriva Fear Of Fours (accidenti, sono già trascorsi dodici anni…), ma al tempo stesso mancano anche le cadute di tono e i brani troppo involuti che in passato negli album targati Lamb erano purtroppo una costante. I due non si sforzano di cambiare suono o di risultare ipercontemporanei: non ne hanno bisogno, perché ai loro esordi erano dieci anni avanti a tutti (tutti ad ascoltare la voce di Lou e le melodie, nessuno a capire quanto geniali e in anticipo sui tempi fossero le architetture sonore e il modo di fondere digitale con analogico), e ora possono quindi vivere di rendita. La cura produttiva è altissima, il mixaggio perfetto. Quindi? Quattro stelle: una è un bonus per il discorso di cui ad inizio recensione.

tratto dal Mucchio n°683

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