JULY FLAME
Bella Union/Self

È impossibile non provare simpatia per Laura Veirs, in passato studente di geologia e lingua cinese e adesso una delle migliori musiciste americane, avulsa da scene e scenette e concentrata unicamente sulla rifinitura delle proprie canzoni. Già definito da Colin Meloy degli amici Decemberists come “il miglior album del 2010”, July Flame imbocca una strada ben precisa: quella di un folk raffinato, intimista e bucolico, che non lesina comunque in dettagli fuori dall’ordinario. Armata di semplicità e passione, la songwriter è approdata alla stessa etichetta dei Fleet Foxes e ha composto la maggior parte del materiale con una chitarra dalle corde di nylon, nel fienile dietro alla sua casa di Portland. Prodotto come sempre dal batterista e attuale compagno Tucker Martine, questo settimo lavoro di studio presenta però notevoli differenze rispetto ai suoi immediati predecessori, il più melodico Year Of Meteors del 2005 e il movimentato gioiellino Saltbreakers del 2007: nonostante il chitarrista/bassista Karl Blau e il pianista/tastierista Steve Moore compaiano in diverse occasioni, la fidata band si defila in favore di Jim James dei My Morning Jacket al microfono per cori e controcanti, dell’improvvisatrice Eyvind Kang alla viola e di un sontuoso quartetto d’archi, presente in tre pezzi e arrangiato da Stephen Barber (David Byrne, Ornette Coleman). Atmosfere solari e testi ricchi di metafore sulla natura sono in ammaliante contrasto con una tensione palpabile, alimentata da cantato magnetico e sapiente fingerpicking. I tredici brani in scaletta, di gran gusto nella forma e robusti nella sostanza, fluttuano in uno spazio atemporale e avrebbero potuto suonare credibili ieri così come lo suonano perfettamente oggi. Basta prendere in esame la meravigliosa title track per appurare che ogni cliché di genere è aggirato in virtù dell’ispirazione di un’artista in crescita vertiginosa, che nel suo campo d’azione non ha più niente da dimostrare a nessuno. Un’artista che è passata dall’essere un fenomeno di culto ad affermarsi come un piccolo classico contemporaneo.

tratto dal Mucchio n°666

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