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Lay Llamas

Thuban

Rocket Recordings
8.5

Quattro anni sono un arco temporale significativo per l’industria musicale, in cui può succedere di tutto – fenomeni che esplodono e implodono, tendenze che cambiano, modalità d’ascolto rivoluzionate. Un discorso valido per il “pop”, un po’ meno per chi si muove in ambito underground e sulla capacità di creare un’identità forte, trasversale e riconoscibile, costruisce il proprio rapporto col pubblico. Con le lancette posizionate sul 2014, ricordiamo che quello fu uno degli annus mirabilis per la beneamata Rocket Recordings – che in una manciata di mesi pubblicava uno dei migliori dischi dei Gnod
(Infinity Machines), piazzava il secondo monolite degli Anthroprophh (Outside the Circle), proseguiva con l’album della consacrazione dei Goat (Commune) e svelava una gemma inaspettata intitolata Østro, a nome Lay Llamas.

Il progetto italiano formato da Nicola Giunta e Gioele Valenti muoveva dalle radici mediterranee verso il cosmo, lungo un viaggio allo stesso tempo alieno e ancestrale. Mentre il suono caldo di Østro, almeno da queste parti, non ha mai smesso di echeggiare, in questi quattro anni il progetto Lay Llamas è stato effettivamente attraversato da alcune piccole rivoluzioni: l’uscita di Valenti dal gruppo (oggi attivo con il progetto JuJu), varie pubblicazioni discografiche “minori”, i live londinesi in apertura ai Goat, i festival psichedelici internazionali e infine la trasformazione da band a progetto solista appannaggio del solo Giunta. Quattro anni di mutazioni necessari per tornare con un album ancora più solido dell’esordio nel delineare l’essenza stessa della contaminazione, dell’incrocio di culture diverse.

Thuban, nome arabo della stella che indicava il Polo Nord nel secondo millennio avanti Cristo, ha altrettanto chiari i suoi riferimenti e l’assoluta necessità di fare della psichedelia un flusso sonoro che non sia monolitico ma, piuttosto, eterogeneo seppur inconfondibile. Il concetto stesso di collaborazione diventa uno snodo chiave per moltiplicare gli orizzonti (e non a caso l’album è stato preceduto ad aprile da un 7” su Backwards dove Lay Llamas duetta nientepopodimeno che con Alfio Antico), per cambiare pelle come quello stesso serpente arabo che dà il titolo al disco. Gli echi tra new wave e sogni in acido stile Madchester dell’apertura con Eye-Chest People’s Dance Ritual sono solo la rampa di lancio per un viaggio avventuroso tra alchimie diverse, che tocca il suo apice nell’afrobeat distopico di Fight Fire with Fire, il cui passo è dettato dal recitato
asfittico e straniante di Mark Stewart.

Ma Thuban è anche l’irresistibile motorik squarciato da un sax incalzante di Silver Sun, la danza ipnotica e i ritmi afosi e solari di Holy Worm, l’esoterismo scuro di Cults and Rites From the Black Cliff, dove a essere ospitati sono i Clinic, la coralità spirituale e tropicalista di Altair, segnata da un inconfondibile featuring con i Goat, le rievocazioni occulte e misteriose come un portale sonoro tra luoghi e dimensioni diverse di Chronicles From the Fourth Planet, il percussivismo suadente e liquido, che si ricongiunge al suono onirico della traccia d’apertura, della conclusiva Coffins on the Tree, A Black Braid On Our Way to Home.

In tempi di bulimia discografica come quelli che stiamo vivendo, aspettare quattro anni per un altro album così, composito e organico, da ascoltare fino a fine anno (e oltre), è un prezzo che ci sentiamo di poter pagare. Un album che è ancora una volta un viaggio, letteralmente fuori dal tempo.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 767

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