linda
Linda Perhacs

The Soul Of All Natural Things

Asthmatic Kitty/Goodfellas
7

Qualche mese fa parabola di Sugar Man di Rodriguez offrì molti spunti di riflessione, il primo dei quali riguarda la combinazione caotica dei fattori che consentono al talento di trasformarsi in successo. Talento che evidentemente da solo non basta, neppure se capace di regalarti copiosi brividi attraverso la voragine degli anni e dell’oblio. Un po’ l’effetto che ci procura l’ascolto di Parallelograms di Linda Perhacs, recuperato all’attenzione del grande pubblico grazie alla breve ma pregnante stagione del “prewar-folk” nonché alla sorprendente inclusione di una sua bonus track (If You Were My Man) nella OST di Electroma, film del 2006 targato Daft Punk.

Il nome della Perhacs d’un tratto iniziò a ricorrere accanto a quello di altre muse quali Vashti Bunyan e Karen Dalton, con particolare riferimento a giovani rampanti quali Joanna Newsom e Devendra Banhart. Soprattutto da quest’ultimo Linda è adoratissima, al punto da comparire tra i credits del suo Smokey Rolls Down Thunder Canyon, correva l’anno 2007. All’epoca la signora Perhacs aveva riposto i progetti musicali da trentacinque anni buoni, tanti ne erano passati da quell’album di debutto così sfortunato al botteghino. Del resto, alla musica era arrivata per puro caso, per intercessione del compositore Leonard Rosenman (futuro premio Oscar per le musiche di Barry Lyndon e Bound For Glory) che aveva incontrato in uno studio medico di Topanga Canyon, dove la ragazza lavorava come igienista dentale. Rosenman rimase stregato dai demo di Linda e volle fortissimamente farne un disco. Uscito nel 1971, Parallelograms è una collezione di incantesimi visionari, saturi di lirismo panico e palpiti ipnotici che conducono in un limbo speziato dove ti sembra di scorgere le sagome di Grace Slick e Joni Mitchell, riverberi Nick Drake e raffinatezze viscerali Tim Buckley.

Niente male se consideriamo che prima di conoscere il marito Les Perhacs – scultore e intellettuale – la ragazza sapeva appena dell’esistenza di una scena musicale nella West Coast. Tuttavia, allo stesso modo di Rodriguez, della Bunyan e di chissà quanti altri più o meno noti, metabolizzata la delusione dell’insuccesso Linda non si ostinò ad inseguire l’estro artistico e ripiegò le proprie corde magiche nel cassetto di una vita ordinaria. Tornò a praticare igiene dentale finché, per quel che ne sappiamo, non è diventata la signora con gli occhi persi nella meraviglia che vediamo in copertina di The Soul Of All Natural Things, l’album del ritorno sulle scene pubblicato dalla Asthmatic Kitty di Sufjan Stevens, che vede tra l’altro la collaborazione di due spiriti così diversi eppure così affini come le losangeline Nite Jewel e Julia Holter.

Supportata dalla produzione di Fernando Perdomo e Chris Price, Linda ha confezionato una scaletta di dieci pezzi suggestivi e suadenti, che gettano un ponte luminoso tra lo psych folk dei Seventies e le acidità bucoliche di certo weird contemporaneo, con qualche sconfinamento new age neanche troppo detestabile. Se la title track esala lirismo etereo tra nuance flamenche e bambagia sintetica, i veri colpi al cuore arrivano dalla tenerezza ipnotica di Children, dalla quasi björkiana Prisms Of Glass e dalla conclusiva Song Of The Planets col suo incrociare misteri traslucidi vagamente Sigur Rós. Se è vero che talora paga pegno ad un approccio estatico ai limiti del salottiero (la rumba placida coi risvolti soft jazz di Daybreak, gli aromi etnici come un Peter Gabriel caramellato di River Of God), l’attitudine conserva una garbata anarchia che unita alla voce da iperuranio le consente di affrontare i frangenti più eterogenei, tipo l’agilità sincopata e spigolosa di Immunity e la filastrocca tra fiabesco e digitale di When Things Are True Again (riconducibile a certa Kate Bush). Magari non è disco destinato a mietere hype in modalità virale né a rinverdire chissà quale filone o scena, ma fa il suo dovere ribadendo la caratura di un’artista il cui status di culto è tutt’altro che abusivo.

L’intervista a Linda Perhacs è sul Mucchio 716, marzo 2014

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