THE EDGE BLOWN AEROPHONE
Second Language

Prima di iniziare, una comunicazione di servizio: la recensione che avete sotto gli occhi non ha alcuna attinenza con quel genere musicale “nato in Inghilterra alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi principalmente nella prima metà degli anni Settanta” (fonte Wikipedia) e noto ai più come progressive. Indispensabile la premessa perché, meglio levarsi il dente subito, il disco dei Littlebow – l’estemporanea formazione creata da Keiron Phelan (State River Widening) e Katie English (Owl Service) – ancorché ai limiti della perfezione, rappresenta il peana di quello che pur essendo lo strumento più antico al mondo proprio rock non è: il flauto. Sia chiaro, se immaginate la coppia come la continuazione di ciò che, negli Ottanta, ha rappresentato il Rondò Veneziano siete lontani anni luce dalle atmosfere – ora avanguardiste, ora decisamente più accondiscendenti – di dieci composizioni che, destinate ad un pubblico di nicchia, rifuggono le masse e meritano un ascolto passionale e concentrato. Musicisti colti, i Littlebow citano Omero e la sua Odissea (As Soon As Dawn With Her Rose…), si esaltano, supportati dalle puntualissime percussioni di Jerome Tcheneyan dei Piano Magic, con ritmi tribali che rimandano a continenti lontani (It’s Too Steep A Climb), giocano con l’organo e il glockenspiel per trovare la perfetta forma geometrica (The Crooked Post Men Of Pershore), finiscono per dar vita a una session post-folk che, senza soluzione di continuità (e, naturalmente, senza che sia pronunciata una sola sillaba), si perde nell’accentuata esasperazione di un neo-classicismo che piacerebbe a Ryuichi Sakamoto e nell’esigenza, fortissima, di confrontarsi con la scena indietronica (da cui entrambi provengono e a cui sono destinati a ritornare: Girl With Orange Umbrella, To Run Through The Christian Wolff). Di modo che, alla fine, il tanto temuto flauto finisce per risultare nulla più che un eccelso comprimario a vortici di rumore (For Thijs) e riverberi dall’adamantino candore (The Dripping Pan).

Tratto dal Mucchio n° 686

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